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Stanza delle Lettere / Riflessioni

Le stanze che continuiamo a portarci dentro

07 Maggio 2026 · Valerio Villari
Custodito nel Baule:

Ci sono uscite che non coincidono con una liberazione. Si attraversa una soglia, si cambia paesaggio, si torna in mezzo agli altri, eppure qualcosa resta immobile, come se una parte di noi avesse deciso di non seguirci del tutto.

Le stanze che continuiamo a portarci dentro non hanno muri visibili. Non chiedono chiavi, non fanno rumore, non si lasciano indicare con precisione. Eppure sanno trattenerci più di molti luoghi reali, perché abitano nel modo in cui guardiamo il tempo, nel sospetto con cui accogliamo il futuro, nella fatica con cui proviamo a credere che cambiare sia davvero possibile.

Si pensa spesso che basti allontanarsi da ciò che ci ha feriti per diventare diversi. Ma non sempre accade. A volte il corpo procede, mentre la parte più profonda resta indietro a raccogliere frammenti, a interrogare assenze, a ripetere dentro di sé dialoghi che nessuno ascolta più.

Eppure non tutto ciò che resta è una condanna. Esistono permanenze che col tempo si trasformano in conoscenza. Ci sono ferite che smettono di chiedere giustizia e iniziano a insegnare misura. Ci sono stagioni dure che, una volta attraversate, lasciano in eredità uno sguardo più sobrio, meno ingenuo, forse anche più vero.

Forse maturare significa proprio questo: smettere di domandare alla vita una liberazione assoluta e imparare invece a riconoscere quali stanze interiori meritano ancora di essere abitate, e quali devono finalmente restare vuote.

Non tutto ciò che ci ha contenuti merita di accompagnarci per sempre. Alcune cose vanno comprese, altre salutate, altre ancora trasformate in linguaggio, perché solo la parola, quando è onesta, riesce a prendere il peso invisibile dell’esperienza e a restituirlo in una forma che non opprima più.

Forse la vera uscita non è quella che cambia il luogo, ma quella che cambia lo sguardo. E quando accade, anche lentamente, ci si accorge che la libertà non assomiglia a una fuga. Assomiglia piuttosto a una riconciliazione silenziosa con ciò che siamo stati, senza più il bisogno di restarne prigionieri.

Valerio Villari

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