….ovvero il semaforo della vita.
L’abitudine del movimento
Camminava come camminano tutti: con la stessa serie di passi che ognuno ripete da quando ha imparato a camminare, come se la strada fosse una specie di tapis roulant che non si può spegnere, ma che si può solo attraversare.
Portava lo stesso giaccone, le stesse scarpe, la stessa postura, come se la vita gli avesse permesso di cambiare quasi nulla, se non l’ora in cui usciva di casa, il modo in cui si sedeva alla scrivania, i piccoli gesti che, presi uno alla volta, sembravano aggiustabili, ma che, sommati, restavano uguali.
Il verde come automatismo
Quel mattino, però, il semaforo era diverso.
Non era rotto, non era cambiato di colore, non mostrava nessun guasto tecnico che meritasse una nota a margine.
Restava solo verde, mentre il traffico, dall’altra parte, correva come se il tempo avesse deciso di procedere senza aspettare nessuno.
Gli altri passanti, uno dopo l’altro, attraversavano, come se il colore fosse una legge naturale, non un accordo umano.
Le loro scarpe toccavano l’asfalto, i corpi tagliavano la strada, gli occhi restavano fissi davanti, senza che nessuno si fermasse a chiedersi se il verde fosse un invito, un ordine, o semplicemente un colore che avevano imparato a obbedire.
La possibilità di fermarsi
Lui si fermò.
Non perché volesse fare qualcosa di insolito, ma perché, per la prima volta, la luce verde sembrava mettergli davanti una domanda che non aveva mai posto:
chi decideva, davvero, se andare o restare?
La sua stessa pianta del piede, poggiata sul marciapiede, sembrava più pesante, come se sapesse, da sola, che avrebbe potuto attraversare o no, e che la decisione non era legata a una tabella, né a una regola scritta, ma a un movimento che lui poteva posporre, fermare, annullare.
Un’altra persona, di fianco a lui, lo osservò per un attimo, con l’occhio veloce di chi non vuole perdere tempo, e poi proseguì, come se la sua immobilità fosse un errore, un difetto, qualcosa di non necessario.
L’uomo che rimaneva fermo non si chiese cosa pensasse l’altro, non si giustificò, non cercò conferma: si limitò a sentire, per la prima volta, che il proprio gesto di attraversare non era un riflesso, ma una possibilità che avrebbe potuto, in teoria, non essere scelta.
Era come se il verde, invece di essere un comando, fosse diventato una finestra, una finestra che si poteva chiudere, lasciare aperta, o attraversare, senza che la strada, né il semaforo, avessero il diritto di scegliere per lui.
Il disagio dell’immobilità
Continuò a stare lì, mentre il traffico correva, mentre gli altri entravano e uscivano dal passaggio, come se il semaforo fosse un’idea che apparteneva a qualcun altro, non a loro.
La sua mano, che teneva un caffè in un bicchiere di carta, non tremava, non si agitava, ma la goccia di sudore, che cominciò a scivolare lentamente sul dorso del palmo, gli suggerì che qualcosa, dentro di sé, si stava muovendo, anche se il resto del corpo restava fermo.
Non era un ansia, non era un’emozione consolatoria: era un senso preciso di esposizione, come se il semplice atto di non muoversi, davanti al verde, fosse un gesto che non poteva più cancellare, né ritrattare, né giustificare.
L’automatismo degli altri
«Che fai, ti fermi qui?», chiese qualcuno, passando vicino, senza guardarlo davvero, come se la domanda fosse una formula che non richiedeva una risposta, ma un’automazione.
Lui non rispose, né per educazione, né per scortesia: si limitò a osservare la persona che attraversava, come se quel gesto, così piccolo, così quotidiano, fosse il simbolo di qualcosa di più grande, qualcosa che lui aveva sempre fatto, senza mai chiedersi se fosse una scelta, oppure un’abitudine.
Quando il gesto smette di essere riflesso
Passarono i secondi, poi i minuti, e il semaforo restava verde, il traffico continuava, ma la sua presenza, immobile davanti al passaggio, cominciò a fargli sentire, in modo asciutto, che il suo gesto non era un riflesso automatico, ma un movimento che, per la prima volta, non era certo di essere obbligato a compiere.
Non c’era paura del traffico, né del ritardo, né del giudizio di chi lo osservava: c’era solo la consapevolezza che, fino a quel momento, aveva vissuto come se ogni passo fosse stato deciso da qualcosa di esterno, mentre ora il suo corpo sembrava rendersi conto che il suo movimento non era obbligatorio, ma solo una possibilità, una delle tante che poteva, in teoria, lasciare in sospeso.
Il mondo continua a scorrere
Il traffico, dall’altra parte, non si fermò, non si chiese del perché, non si chiese se il suo andare o il suo fermo fossero giusti o sbagliati.
Continuava a scorrere, come se il semaforo fosse un oggetto che obbediva a un meccanismo, e non un segno che attribuiva senso a ciò che faceva muovere.
E intorno a lui, le persone attraversavano, come se il loro gesto fosse un riflesso acquisito, non un’azione che richiedeva una consapevolezza.
Lui comprese, in quel momento, che il suo gesto davanti al semaforo non era un atto di ribellione, né di sottomissione, né di scelta tra due alternative.
Era, piuttosto, un istante in cui la sua vita gli appariva diversa da come si era sempre immaginata:
non come una serie di obblighi, né come una catena di necessità, ma come una serie di abitudini, di automatismi, di riflessi, di paure, di giustificazioni che non aveva mai messo in discussione, non tanto perché lo volesse, ma perché non gli era mai capitato di vedere che quei gesti non erano scelti, ma delegati.
La responsabilità del passo
Decise, allora, di attraversare.
Non perché avesse rinunciato, né perché avesse accettato le regole, ma perché si accorse che, per la prima volta, la decisione di farlo, e la decisione di restare, erano ugualmente sue, ugualmente pesanti, ugualmente ineludibili.
Non c’era vittoria, non c’era sconfitta, non c’era un gesto che dimostrasse, a chi guardava, che fosse più forte, più coraggioso, più saggio, più colto, più ignorante, più ignavo.
C’era solo una responsabilità, che nessuno poteva portare al suo posto, né una tradizione, né una cultura, né una conoscenza, né un’ignoranza, né una colpa, né una giustizia, né un rimorso, né una speranza, né una paura, né un automatismo, né un riflesso, né un’abitudine: c’era solo lui, che attraversava il viale, con un passo che non era più semplice, né più facile, né più giusto, né più sbagliato, ma solo suo, in un modo che non aveva mai sentito prima.
Valerio Villari