Vai al contenuto

Studio

Quando il realismo diventa una difesa

19 Maggio 2026 · Valerio Villari

C’è una forma di linguaggio pubblico che si presenta come lucidità e finisce, molto spesso, per somigliare a una difesa preventiva delle proprie convinzioni. È il tono di chi parla in nome del realismo, ma usa il realismo come una corazza: non per guardare meglio la realtà, bensì per impedirle di incrinare una tesi già decisa. In questi casi il dubbio non viene affrontato; viene neutralizzato in anticipo. E ciò che resta, più che un ragionamento, è una posizione che si auto-legittima.

Un recente editoriale rilanciato dal dibattito pubblico italiano sul riarmo è utile proprio per questo: non tanto per il contenuto in sé, quanto per il modo in cui costruisce la propria sicurezza. L’argomento di fondo è semplice e netto: contro la guerra non avrebbe senso opporsi in nome di un pacifismo astratto, perché la storia imporrebbe invece di accettare il riarmo come necessità. Una tesi del genere, naturalmente, ha il diritto di esistere. Ma il problema non è il diritto di esistere: è il modo in cui si presenta come unica lettura sensata, riducendo il dissenso a ingenuità, il dubbio a debolezza, la cautela a illusione.

La sicurezza delle certezze

Qui si manifesta il primo tratto dell’autoinganno: l’idea che la propria posizione sia talmente aderente al reale da non dover più essere esposta alla complessità. Quando una tesi si considera già difesa dalla storia, tende a trattare ogni obiezione come un’assenza di maturità, non come una possibilità di verifica. È un passaggio sottile ma decisivo. Non si discute più il problema; si giudica preventivamente chi lo discute. E così il dibattito smette di essere confronto e diventa un esercizio di conferma reciproca.

Quando il dubbio viene scartato

C’è poi un secondo elemento, ancora più interessante: la trasformazione del linguaggio della prudenza in linguaggio della necessità. Si parla di difesa, di sicurezza, di equilibrio, di ordine. Parole apparentemente sobrie, quasi tecniche, che però possono diventare formule di chiusura. Quando il lessico della cautela viene usato per escludere qualsiasi alternativa, non siamo più davanti alla prudenza, ma a una forma di convinzione assolutizzata. Ed è proprio qui che il discorso si autoalimenta: più si proclama realistico, più si sottrae alla possibilità di essere corretto.

Questa dinamica ha un vantaggio evidente: semplifica. Il mondo, con la sua ambiguità, viene ricondotto a una linea netta. Da una parte chi “vede la realtà”, dall’altra chi si rifugia nell’idealismo. Da una parte la sicurezza, dall’altra l’illusione. Ma le cose reali raramente si lasciano dividere con tanta comodità. La storia non è mai un tribunale che assolve una sola delle parti. E ogni volta che una posizione politica si presenta come l’unica adulta, la domanda più utile non è se sia forte; è se abbia ancora spazio per riconoscere i propri limiti.

La guerra come necessità raccontata

Nel caso della guerra, questo meccanismo è particolarmente delicato. Perché la guerra tende sempre a imporsi come necessità assoluta nel momento in cui viene nominata. E proprio per questo ha bisogno di una narrazione che la renda inevitabile prima ancora di discuterla. Chi la difende, allora, non difende solo una strategia: difende una visione del mondo nella quale il conflitto viene normalizzato e il dissenso moralmente diminuito. Non è un dettaglio. È il punto in cui una tesi politica diventa anche una costruzione identitaria.

L’autoinganno, in questo senso, non consiste nel mentire consapevolmente. Consiste piuttosto nel diventare così fedeli alla propria certezza da non riconoscere più ciò che la mette in crisi. Si finisce per credere che l’adesione alla propria idea sia già prova della sua correttezza. Ma l’intensità di una convinzione non ne garantisce la verità. Anzi, talvolta la rende più vulnerabile, perché la espone al rischio di non accorgersi più delle sue omissioni.

Pensare contro la propria immagine

Ed è qui che il discorso pubblico mostra il proprio limite più serio: quando la sicurezza della formula prevale sulla qualità dell’argomentazione, il risultato non è un pensiero più forte, ma un pensiero più chiuso. Si scambia la fermezza per intelligenza, la determinazione per chiarezza, l’inflessibilità per visione. Ma un’idea che non accetta di essere attraversata da un dubbio serio non è necessariamente più solida: può essere solo più protetta.

Per questo il problema non è soltanto ciò che viene detto, ma il dispositivo mentale che lo rende possibile. L’auto-referenzialità, quando entra nel discorso politico o culturale, trasforma ogni posizione in un piccolo sistema chiuso: si parla per confermare se stessi, non per verificare il mondo. Il rischio è grande, perché in quel momento il pensiero smette di essere relazione e diventa ripetizione. E una ripetizione molto sicura di sé può somigliare, da lontano, alla verità. Ma non lo è ancora.

La cosa più utile, allora, non è reagire con un contro-attacco. È osservare la struttura. Domandarsi dove il discorso si chiude, dove elimina l’attrito, dove considera già vinto il confronto prima di averlo davvero sostenuto. È lì che l’autoinganno si fa visibile: non nella tesi in sé, ma nel modo in cui la tesi rifiuta di essere interrogata. E un pensiero che non accetta l’interrogazione, per quanto sicuro appaia, ha già iniziato a difendersi dalla realtà.

Forse è proprio questa la lezione più scomoda: che il realismo può diventare una maschera molto elegante della fedeltà a se stessi. E quando accade, la lucidità non scompare del tutto; semplicemente cambia funzione. Non serve più a vedere meglio, ma a non vedere diversamente. È una differenza sottile, eppure decisiva. Perché là dove il pensiero si mette al riparo da ogni contraddizione, non è la realtà che viene compresa con maggiore precisione: è solo la convinzione che diventa più comoda da abitare.

Valerio Villari per Voci dalla Rete – LaParolaNascosta

Fonte:
Corriere della Sera contro i pacifisti: gli editoriali di Galli della Loggia e Panebianco
, Il Fatto Quotidiano, 12 maggio 2026.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto