Ci sono giorni in cui la scrittura non nasce per dire, ma per restare. Non per chiarire il mondo, né per dargli un ordine più giusto, ma per non lasciarlo interamente alla sua opacità.
Scrivere, in quei momenti, non è un gesto di possesso. È una forma di vicinanza. Si prende una parola soltanto per metterla accanto a ciò che pesa, come si accosta una mano a una fronte febbrile: non per guarire subito, ma per non abbandonare.
Forse è questo, in fondo, il primo patto con la pagina. Non chiedere alla frase di risolvere ciò che ci attraversa, ma concederle di respirarlo con noi. La scrittura non salva dalla ferita, però a volte impedisce che la ferita resti muta. E quando un dolore trova finalmente una forma, smette almeno per un istante di essere un caos senza volto.
Per questo scrivere può diventare un modo di restare vivi nel punto esatto in cui si vacilla. Non aggiunge rumore al mondo, non pretende di spiegare tutto, non cerca applausi. Fa una cosa più fragile e più necessaria: trattiene.
E trattenere, in certi giorni, è già una forma di resistenza.
LaParolaNascosta