Non è successo tutto d’un colpo. Non c’è stato un crollo improvviso né un momento preciso da cui far partire questa frattura. È stata piuttosto una lenta erosione, un processo che si è insinuato nella mia vita senza che me ne accorgessi.
All’inizio, era solo una piccola discrepanza: ciò che dicevo non sempre corrispondeva a ciò che pensavo, e ciò che facevo non rifletteva sempre ciò che sentivo. Era come un’eco stonata, come se la mia vita fosse leggermente in ritardo rispetto a me.
Poi sono arrivate le omissioni. Piccole rinunce alla verità, giustificate come adattamenti, come strategie di sopravvivenza. “È normale”, mi ripetevo. “Capita a tutti”. Ma ogni volta che cedevo, lasciavo dietro di me un residuo, una traccia opaca che si accumulava nel tempo.
Fino a quando, un giorno, non ho più riconosciuto la voce che risuonava dentro di me. Non era diventata estranea, no. Era diventata persuasiva. Mi spiegava perché stavo bene, perché tutto andava per il verso giusto, perché non c’era nulla da mettere in discussione. E io le credevo, con una docilità che sembrava quasi pace.
Ma sotto quella superficie, qualcosa continuava a tirare. Non un dolore acuto, né una crisi evidente. Era piuttosto una tensione costante, come un filo troppo teso che non si spezza mai, ma vibra incessantemente.
È lì che ho capito: non stavo perdendo me stesso.
Mi stavo costruendo contro.
Valerio Villari