Stanza dei Racconti brevi
L’ora sospesa
La solitudine urbana si manifesta come una fenditura tra le intenzioni del giorno e l’attesa della notte, un momento di transizione impersonato in questo racconto breve da una finestra aperta sulla città che scorre, mentre l’individuo riscopre se stesso come un semplice spettatore esterno della vita altrui.
C’era un’ora del giorno in cui la città smetteva di appartenere a qualcuno. Non era notte, non ancora. Era una fenditura tra le intenzioni, tra il ritorno e l’attesa.
Luca la chiamava “l’ora sospesa”.
Seduto alla scrivania, con il computer acceso ma vuoto, ascoltava i rumori filtrare dalla strada: un motorino distante, una finestra che si chiudeva con un colpo secco, passi che non si fermavano mai sotto il suo palazzo. Tutto continuava a esistere senza di lui, e non c’era nulla di tragico in questo. Era una constatazione semplice, precisa come l’ombra che ogni sera risaliva lentamente la parete accanto alla libreria.
I Tentativi di Riempire il Tempo
Aveva provato a riempire quel tempo. Prima con la musica, poi con le parole. Sul desktop si accumulavano documenti aperti e abbandonati, pagine che la sera precedente gli erano sembrate necessarie e che il mattino dopo non riuscivano più a difendersi nemmeno da uno sguardo distratto. Restavano lì, come tazze dimenticate dopo una visita che non sarebbe tornata.
Quella sera non scrisse. Aprì la finestra. L’aria aveva un odore tiepido, quasi domestico.
Dal palazzo di fronte arrivava il rumore metallico di una tapparella abbassata a metà. Poco più in alto, una luce accesa al terzo piano ritagliava un rettangolo giallo nella facciata ormai scura. Una figura attraversò la stanza e scomparve subito dopo. Luca rimase a guardare quel vetro anche quando non c’era più nulla da vedere.
Tracce di Vite Altrove
Da quella distanza le persone diventavano tracce. Una luce accesa. Un’ombra dietro una tenda. Un balcone lasciato aperto. Segni sufficienti a dimostrare che la vita continuava altrove, ma troppo fragili per raccontare davvero qualcosa.
Restò affacciato ancora qualche minuto. Sotto i lampioni la gente passava con la naturalezza di chi appartiene a un percorso. C’erano mani infilate nelle tasche, sacchetti della spesa, telefoni appoggiati all’orecchio. Nessuno rallentava. Nessuno sembrava in cerca di qualcosa.
Il Passaggio verso la Notte
Quando tornò alla scrivania, lo schermo rifletteva appena il suo volto. Gli sembrò di guardarsi attraverso una superficie d’acqua ferma. Sul tavolo c’era un foglio piegato in due. Lo aprì, lesse le poche righe annotate giorni prima e lo richiuse senza fatica, como si richiude un cassetto che contiene oggetti ormai privi di utilità.
L’ora sospesa passò senza annunciarsi e senza congedarsi. La luce oltre la finestra cambiò gradualmente colore, i rumori si fecero più radi e la città scivolò verso la notte con la stessa lentezza con cui una marea si ritira dalla riva.
Quando finalmente spense il computer, non aveva prodotto nulla. Nessuna pagina nuova. Nessuna decisione. Solo il trascorrere di un’altra sera uguale a molte altre.
Prima di uscire dalla stanza si fermò sulla soglia. Lo faceva spesso, senza sapere perché. Forse per controllare che tutto fosse al proprio posto. Forse per verificare che la sua assenza lasciasse almeno una traccia.
La scrivania era immobile. La tazza vuota vicino alla tastiera. Il foglio piegato. La finestra socchiusa. Dietro i vetri della città continuavano ad accendersi e spegnersi luci.
Chiuse la porta. Fuori, nulla cambiò.
Questo racconto breve rappresenta l’appuntamento del venerdì all’interno del nostro percorso settimanale. Per leggere gli altri contributi e scoprire le diverse sfumature del tema, visita l’editoriale di presentazione dedicato alla solitudine interiore o naviga all’interno della raccolta completa nella pagina archivio del tag La solitudine.
Valerio Villari per LaParolaNascosta