Manifesto della Casa
La Casa che non voleva restare archivio
Racconto di una trasformazione lenta.
Per anni, il mio mondo è stato una lunga galleria di scaffali metallici. Era un luogo impeccabile, il mio archivio. Odorava di carta sterilizzata e di polvere gestita. Ogni mattina mi sedevo alla mia scrivania di vetro e catalogavo: i testi arrivavano uno dopo l'altro, come pacchi postali. Li ordinavo per data, per categoria, per argomento. C’era un silenzio perfetto, rotto solo dal ticchettio dell’orologio e dal clic delle etichette. Da fuori, guardando le vetrine, tutto sembrava funzionare esattamente come avrebbe dovuto.
E in effetti, funzionava. Se un visitatore cercava una poesia del 2018, sapeva esattamente in quale cassetto guardare. Le parole non andavano perdute. Erano lì, imbalsamate ma raggiungibili, conservate nel tempo come farfalle sotto vetro.
Poi arrivò quel martedì di novembre. Pioveva.
Stavo cercando una vecchia riflessione sulla solitudine, scritta anni prima. Trovai il fascicolo, ma mentre lo sfogliavo una pagina volante scivolò a terra. Era un frammento di racconto, scritto mesi dopo, che parlava di una finestra appannata. Lo lessi e un brivido mi corse lungo la schiena. La riflessione e il racconto non si conoscevano, non erano stati scritti per dialogare, eppure si rispondevano. Si completavano.
Guardai gli scaffali metallici intorno a me. All'improvviso mi sembrarono gabbie. Le parole erano ancora vive, lo sentivo pulsare sulla carta, ma il luogo che le custodiva era cieco. Mostrava solo la cronologia, non il battito. Alcune mie poesie bussavano da anni contro le pareti dei saggi; alcune immagini si sedevano accanto a me come vecchi compagni di viaggio, ignorando i miei rigidi divisori di plastica.
Quella notte l'archivio crollò. Non ci fu rumore, solo un lento sgretolarsi della logica.
Quando la mattina dopo scesi nel mio studio, gli scaffali di metallo non c'erano più. Al loro posto c'erano pareti di intonaco, travi di legno scuro e porte socchiuse. L'archivio era diventato una Casa.
Capitolo I
Le Stanze
Non c'era stato un progetto, né un architetto. La Casa era cresciuta di notte, stanza dopo stanza, seguendo la lenta sedimentazione delle mie ossessioni. Attraversai il corridoio e compresi che ciò che per anni avevo chiamato categorie aveva assunto un'altra forma.
Aprii la prima porta: era piccola, foderata di velluto scuro, con un'acustica perfetta. La Stanza della Poesia. Lì dentro l'aria era più rarefatta, chiedeva silenzio, sussurri.
Passai oltre. La stanza successiva era vasta, con una lunga tavola di legno e poltrone logore. La Stanza delle Riflessioni. Ci si poteva restare seduti per ore, a fissare un punto.
Poi c'era la stanza dei Racconti, un labirinto di corridoi che chiedeva tempo, pazienza, il ritmo del cammino.
E infine la stanza dell'Osservatorio, dove intere pareti erano sostituite da finestre che davano sul mondo, sulla pioggia, sulla strada. Ogni stanza aveva la sua temperatura, la sua luce. Alcune scritture sembravano a disagio dentro l'ordine che avevo costruito. Come se, più che essere catalogate, desiderassero trovare un luogo in cui restare.
Capitolo II
I Bauli
Ma fu scendendo nel seminterrato che trovai i Bauli. Erano pesanti, di cuoio consumato, sparsi per il pavimento. Li aprii e capii che non contenevano generi letterari, ma presenze. In un baule trovai una poesia strappata, una lettera mai spedita e un capitolo di un racconto. Sembravano non c'entrare nulla tra loro, eppure, leggendoli, sentii la stessa corrente sotterranea bagnarmi i piedi.
Era il baule delle Maschere. In un altro c'era il Corpo. In un altro ancora, la Ricerca di senso.
I temi non stavano fermi. Viaggiavano, cambiavano abito, saltavano da una stanza all'altra nascondendosi dentro quei bauli.
Capitolo III
Le Risonanze
Mentre esploravo la Casa iniziai a sentire dei rumori. Erano sussurri. Le Risonanze.
Se leggevo ad alta voce un verso nella Stanza della Poesia, una porta in fondo al corridoio sbatteva dolcemente, come per rispondere. I testi parlavano tra loro. Frasi scritte a dieci anni di distanza si passavano il testimone attraverso le tubature del muro. Le Risonanze non erano fili che io avevo teso; erano le correnti d'aria della Casa, che mi suggerivano percorsi invisibili, invitandomi a seguire un'eco da una stanza all'altra.
Capitolo IV
La Memoria
E poi c'era la Memoria. Non era una stanza, ma l'intera Casa stessa. Era il gradino di legno consumato nel mezzo, calpestato mille volte. Erano le ditate sulla maniglia di ottone. Era la luce radente che rivelava le crepe nel muro, le tracce di chi aveva abitato quei luoghi, di chi li aveva scritti, di chi li aveva vissuti.
La Memoria non conservava i testi. Conservava il cammino per arrivarci.
Oggi la Casa continua a cambiare forma senza perdere la propria identità.
Poco fa ho sentito il campanello.
Mi sono avvicinato alla porta d'ingresso. Dall'altra parte della soglia c'eri tu. Non sei un archivista venuto a chiedere un numero di catalogo. Non hai fretta. Ti guardi intorno, senti l'odore del legno e della carta, ascolti le risonanze che rimbalzano tra le stanze.
Da qualche parte, nel corridoio, una porta si è aperta.
Una Casa da attraversare