Per molto tempo ho creduto che il dolore fosse una forma di protezione. Era lì da così tanto tempo che avevo smesso di considerarlo un ospite e lo avevo confuso con la casa. Mi accompagnava nei giorni difficili, si sedeva accanto a me senza fare domande, e proprio per questo finivo per fidarmi di lui. Ma a poco a poco ho capito che ciò che ci sembra necessario non sempre ci salva. A volte ci trattiene soltanto.
Ci abituiamo a tutto, perfino a ciò che ci consuma. Ci abituiamo al peso, alla mancanza, alla voce che continua a dirci che non c’è altro modo. È così che il dolore diventa lingua, abitudine, persino identità. E quando questo accade, non soffriamo soltanto: iniziamo a difenderlo, come se fosse l’ultima cosa rimasta a tenerci in piedi.
Eppure arriva un momento in cui qualcosa si incrina. Non sempre in modo clamoroso. A volte basta una giornata più limpida del solito, una stanchezza diversa, un silenzio improvviso, e ci accorgiamo che il dolore non è più una spiegazione sufficiente. Non basta a dare forma alla vita. Non basta a giustificare tutto. Non basta, soprattutto, a dire chi siamo.
Allora comincia la fatica vera. La fatica di smettere di cercare rifugio proprio in ciò che ci ferisce. La fatica di restare esposti, senza usare la sofferenza come scudo. La fatica di accettare che vivere non significa portare addosso il proprio male fino a confonderlo con il respiro, ma imparare pian piano a lasciarlo indietro.
Non è un passaggio semplice. Nessuno esce dal dolore con leggerezza. Qualcosa resta sempre: una cicatrice, una memoria, una traccia del buio. Ma forse è proprio da lì che si comincia. Non dalla cancellazione, ma dalla distanza. Non dal dimenticare, ma dal non obbedire più.
E allora, lentamente, si scopre che la vita non chiede perfezione. Chiede presenza. Chiede un passo. Poi un altro. Chiede di non restare immobili davanti alla ferita come se fosse l’unico paesaggio possibile.
Forse è questo, in fondo, imparare a vivere: smettere di chiamare casa ciò che ci ha soltanto custoditi nella paura. E scegliere, anche senza certezze, di andare verso una luce che non promette salvezza, ma possibilità.
Valerio Villari