Ci sono giorni in cui non cerco di scrivere bene, ma soltanto di capire quali parole siano le parole che restano, ancora disposte a restare.
Ci sono giorni in cui la scrittura non arriva come una rivelazione, ma come un residuo. Resta sul fondo della giornata, tra gesti comuni, rumori minimi, pensieri che non hanno ancora deciso se farsi forma oppure scomparire.
In quei momenti non provo a inseguire grandi immagini. Aspetto. Lascio che una parola torni da sola, che si presenti senza enfasi, come fanno certe presenze che non vogliono essere chiamate e tuttavia chiedono di non essere dimenticate.
Forse scrivere, qualche volta, significa proprio questo: non aggiungere, ma riconoscere. Togliere il rumore, lasciare emergere ciò che ha resistito. E affidarlo alla pagina con la cura che si riserva alle cose fragili, a ciò che potrebbe svanire se nominato troppo in fretta.