Forse non dovrei neanche scriverti, ma è accaduto, ti ho visto ieri e non ti ho chiamato.
Ero dall’altra parte della strada, vicino alla vetrina del negozio che hanno riaperto da poco. Non stavo guardando davvero dentro, ma abbastanza da poter dire, se fosse servito, che non ti avevo notato. Camminavi piano, più piano di come ti ricordavo. Avevi una giacca che non ti avevo mai visto addosso, qualcosa di chiaro, e per un momento ho pensato di essermi sbagliato. Poi ti sei fermato, non per me, questo è chiaro, ma abbastanza a lungo da rendere difficile continuare a fingere di non riconoscerti.
Avrei potuto chiamarti. Non c’era niente che me lo impedisse davvero: nessuna distanza reale, nessun rumore, nessuna urgenza. Solo quel breve spazio tra il riconoscere e il decidere. È durato poco, non saprei dire quanto. Ho abbassato lo sguardo verso il vetro, come se stessi cercando qualcosa, ho fatto un mezzo passo indietro per lasciare passare una coppia che non avevo nemmeno visto arrivare, e quando ho rialzato gli occhi ti eri già mosso. Non abbastanza lontano da non raggiungerti, abbastanza da permettermi di restare fermo.
Sono rimasto lì ancora qualche secondo, giusto il tempo di rendere tutto plausibile, poi ho continuato a camminare nella direzione opposta. Più tardi qualcuno ha fatto il tuo nome, è successo per caso, in una conversazione che non c’entrava niente, e ho detto che era da un po’ che non ti vedevo. L’ho detto con naturalezza. In quel momento, senza pensarci troppo, mi è sembrata una frase precisa, ordinata, senza sbavature. È rimasta così, anche dopo.
Non so se ti sei accorto di me. Non so nemmeno se avrebbe fatto differenza. Dopotutto ieri era un altro giorno.
Tuo…