Ci sono stati anni nei quali aspettare significava semplicemente aspettare e uscire di casa poteva voler dire diventare irreperibili. Oggi, quando ci chiediamo perché guardiamo sempre il telefono, vale la pena ricordare che quei momenti vuoti non erano conquiste da difendere: erano condizioni ordinarie della vita.
Basta salire su un tram e aspettare qualche minuto. Le persone entrano, cercano un posto, si siedono e quasi immediatamente compiono lo stesso gesto. Una mano raggiunge una tasca o una borsa, compare uno smartphone, il pollice comincia a scorrere. Qualcuno legge i messaggi, qualcuno guarda un video, altri attraversano una sequenza di immagini che probabilmente dimenticheranno prima ancora di arrivare alla fermata successiva. Non c’è niente di particolarmente sorprendente. È diventato un gesto così normale che quasi non lo vediamo più. È proprio osservando questa scena che viene da chiedersi perché guardiamo sempre il telefono, persino quando non abbiamo realmente qualcosa da cercare. Eppure basterebbe sottrarre gli smartphone dalla scena per accorgersi che qualcosa è cambiato profondamente. Non perché trent’anni fa sui mezzi pubblici fossimo tutti assorti in meditazioni filosofiche: qualcuno leggeva il giornale, qualcuno un libro, due persone parlavano, altre guardavano fuori dal finestrino. Molti, semplicemente, aspettavano di arrivare. Quell’ultima possibilità sembra essere diventata la più difficile.
Un film che non basta più
In un articolo pubblicato su nss G-Club, Giorgia Manfè parte da un fenomeno apparentemente diverso: la difficoltà di guardare un film dall’inizio alla fine senza prendere in mano il telefono. Il film continua, ma dopo qualche minuto compare un secondo schermo. Un messaggio, una notifica, un rapido controllo che dovrebbe durare pochi secondi e che qualche volta diventa una piccola escursione altrove. Il tema è quello dell’attenzione, dello scrolling, della sovrastimolazione e della progressiva difficoltà di tollerare i momenti nei quali qualcosa rallenta. Ma forse la questione comincia ancora prima. Perché una cosa è distrarsi durante un film. Un’altra è considerare implicitamente insopportabili i quaranta secondi durante i quali aspettiamo che arrivi l’autobus. Aspettiamo qualcuno al bar: telefono. La fila al supermercato rallenta: telefono. Il treno non è ancora arrivato: telefono. Ci sediamo qualche minuto prima di un appuntamento: telefono.
Non sempre stiamo cercando qualcosa. Spesso non abbiamo nemmeno deciso cosa vogliamo fare prima di prendere lo smartphone. È comparso un intervallo e abbiamo imparato a riempirlo.
Quando aspettare significava aspettare
Negli anni Ottanta e per buona parte degli anni Novanta la vita quotidiana conteneva una quantità enorme di intervalli che oggi abbiamo quasi dimenticato. Se aspettavi l’autobus, aspettavi l’autobus. Se arrivavi dieci minuti prima a un appuntamento, possedevi dieci minuti nei quali non c’era necessariamente qualcosa da fare. Se volevi sapere una cosa, potevi dover aspettare di tornare a casa, trovare un libro, consultare un’enciclopedia, telefonare a qualcuno che ne sapesse più di te. Persino raccontare qualcosa richiedeva tempo. Un episodio accaduto alle undici del mattino poteva essere raccontato la sera. E proprio quella distanza produceva una selezione: ciò che poche ore prima sembrava urgentissimo poteva diventare insignificante prima ancora di trovare qualcuno al quale raccontarlo.
Molte cose non diventavano mai comunicazione. Non perché fossimo persone più riservate o perché avessimo vite più profonde. Semplicemente non esisteva la possibilità tecnica di trasformare continuamente ciò che stavamo vivendo in qualcosa da inviare altrove. La tecnologia imponeva intervalli. E uno di quegli intervalli aveva una caratteristica che oggi appare quasi esotica: potevamo essere irreperibili.
La libertà involontaria di non essere trovati
Essere irreperibili non era ancora una scelta. Se uscivi di casa, il telefono rimaneva a casa. Qualcuno poteva chiamarti, naturalmente, ma chiamava un luogo nel quale sperava di trovarti. Se non eri lì, la conversazione finiva spesso con una delle frasi più normali dell’epoca: «Gli dica che ho telefonato». La reperibilità apparteneva ai luoghi. Alla casa. All’ufficio. Al negozio. Alla casa di un amico. Fuori da quei luoghi cominciava un territorio nel quale raggiungere qualcuno diventava molto più complicato.
C’erano le cabine telefoniche, naturalmente. E con loro un piccolo universo di gettoni, monete, schede e apparecchi che qualche volta funzionavano e qualche volta no. Per chi desiderava concedersi qualche ora di volontaria irreperibilità, quel sistema offriva anche una quantità sorprendente di spiegazioni plausibili. Non avevo gettoni. Non avevo monete spicciole. La cabina era guasta. Non ne ho trovata una funzionante. Erano scuse, certamente, ma funzionavano perché poggiavano sopra una possibilità reale. Una cabina poteva davvero essere guasta. I gettoni potevano davvero essere finiti. E soprattutto nessuno poteva verificare retroattivamente che cosa fosse accaduto. Poi la tecnologia cominciò, quasi senza volerlo, a demolire una scusa dopo l’altra.
La lenta estinzione degli alibi
Arrivarono le schede telefoniche. Prima quelle che consentivano di telefonare senza avere con sé una riserva di gettoni o monete. Poi le prepagate, acquistabili sempre più facilmente. Anche le cabine cambiarono: apparecchi più moderni, più affidabili, capaci infine persino di inviare messaggi. La città diventava progressivamente più connessa e, contemporaneamente, diventava sempre più difficile sostenere di non avere trovato il modo di fare una telefonata. Rimaneva ancora qualche possibilità. Non avevo soldi cambiati. Non avevano la scheda da cinquemila lire. La cabina che ho trovato non funzionava. Ma più la tecnologia migliorava, più l’alibi diventava fragile.
A un certo punto bisognava arrendersi e concedere almeno una telefonata durante un’assenza abbastanza lunga. Un piccolo pedaggio alla reperibilità: chiamare, rassicurare, dire che andava tutto bene e poi tornare dentro quelle ore nelle quali nessuno poteva seguirci. Fino all’arrivo del cellulare. Lì non cambiò soltanto lo strumento. Cambiò la domanda.
Dal «dove sei?» al «perché non rispondi?»
Il telefono fisso apparteneva a un luogo. Il cellulare appartiene a una persona. Può sembrare una differenza banale, ma ha trasformato completamente il significato dell’irreperibilità. Se qualcuno telefonava a casa e non rispondevi, la spiegazione era implicita: non eri a casa. Se qualcuno telefona al cellulare e non rispondi, la domanda diventa diversa: perché non rispondi? Il mezzo per raggiungerti non è più rimasto sopra un mobile a chilometri di distanza. È presumibilmente nella tua tasca. Con i primi cellulari rimanevano ancora zone senza copertura, batterie che duravano poco e apparecchi che potevano essere lasciati a casa. Ma lentamente anche quelle possibilità si sono ridotte.
Spegnere il telefono ha cominciato ad assumere un significato che il semplice essere fuori casa non aveva mai avuto. Non essere raggiungibili poteva sembrare una scelta. E una scelta richiede più facilmente una spiegazione. In pochi anni siamo così passati da una società nella quale essere irreperibili era una condizione normale della vita quotidiana a una nella quale l’irreperibilità può apparire come un comportamento intenzionale.
La reperibilità permanente
Lo smartphone ha completato quella trasformazione. Oggi possiamo essere raggiunti attraverso telefonate, SMS, servizi di messaggistica, posta elettronica, social network e videochiamate. Un unico oggetto concentra una quantità di canali che un tempo appartenevano a luoghi e strumenti differenti. Ma soprattutto la comunicazione ha cominciato a lasciare tracce. Consegnato. Visualizzato. Online. Sta scrivendo… Sono informazioni minuscole che hanno modificato enormemente la percezione dell’attesa. Un tempo potevamo non sapere se qualcuno fosse a casa. Oggi possiamo talvolta sapere che il messaggio è arrivato sul dispositivo che porta con sé, che è stato letto e persino che pochi minuti fa quella persona stava usando l’applicazione.
La reperibilità tecnica rischia così di trasformarsi in disponibilità presunta. Se puoi ricevere un messaggio in qualsiasi momento, lentamente nasce l’idea che qualsiasi momento sia adatto per mandartelo. E se puoi rispondere quasi ovunque, il silenzio comincia a sembrare una risposta esso stesso. È curioso che, dopo avere trascorso decenni a perfezionare strumenti capaci di renderci sempre raggiungibili, abbiamo dovuto inventare strumenti per impedirlo. Modalità silenziosa. Non disturbare. Modalità aereo. Notifiche disattivate. Conferme di lettura nascoste. Abbiamo ricostruito via software una parte di ciò che la vecchia cabina telefonica guasta garantiva gratuitamente.
Quando tutto è diventato raccontabile
La stessa tecnologia che ha eliminato gran parte dell’irreperibilità ha ridotto quasi a zero anche la distanza tra qualcosa che accade e la possibilità di comunicarlo. Pensiamo a WhatsApp, ma potrebbe trattarsi di qualunque servizio analogo. Possiamo scrivere, telefonare, registrare un messaggio vocale, inviare fotografie e filmati, condividere la posizione, creare gruppi e iniziare una videochiamata mentre stiamo facendo qualunque altra cosa. Sono possibilità utilissime. La domanda interessante non è perché esistano, ma che cosa sia successo alla soglia oltre la quale decidiamo che qualcosa meriti di essere comunicato. Un tempo telefonare richiedeva almeno un piccolo atto intenzionale. Dovevamo avere qualcosa da dire oppure, semplicemente, desiderare di parlare con qualcuno. Oggi la comunicazione può accompagnare un’esperienza mentre quell’esperienza sta ancora accadendo.
Possiamo persino documentare la cottura degli spaghetti. La pentola è sul fuoco. Fotografia. L’acqua bolle. Video. Quanto sale metto? Messaggio. Aspetta che ti faccio vedere. Videochiamata. Nel frattempo può partire un messaggio vocale abbastanza lungo da consentire agli spaghetti di passare autonomamente da al dente a colla da parati. Fa sorridere, naturalmente, e gli spaghetti non hanno alcuna responsabilità. Ma proprio l’assurdità dell’esempio rende visibile qualcosa che normalmente passa inosservato: non è cambiato soltanto il modo nel quale comunichiamo. È cambiato ciò che consideriamo degno di essere comunicato immediatamente.
Non dobbiamo più decidere se qualcosa potrà aspettare. Quasi tutto può essere comunicato adesso.
La scomparsa dei tempi morti
Ma che cosa facciamo quando nessuno ci sta cercando? Qui le due trasformazioni finiscono per incontrarsi. Lo stesso oggetto che permette agli altri di raggiungerci continuamente permette a noi di riempire quasi qualsiasi intervallo. Una fermata dell’autobus, una sala d’attesa, dieci minuti prima di un appuntamento, una coda al supermercato, il viaggio verso casa: per molto tempo abbiamo chiamato questi momenti «tempi morti». L’espressione contiene già un giudizio curioso. Se quel tempo non produce qualcosa, se non contiene un’attività riconoscibile, sembra quasi che non sia completamente vivo.
Lo smartphone ha trovato proprio lì uno spazio enorme. Ogni intervallo può essere riempito. Non abbiamo eliminato soltanto l’attesa. Abbiamo trasformato ogni intervallo in uno spazio disponibile per essere occupato. E non occorre nemmeno scegliere con che cosa. Lo scrolling risolve il problema alla radice: qualcosa arriverà. Poi qualcos’altro. E ancora qualcos’altro. Non dobbiamo sapere che cosa stiamo cercando perché spesso non stiamo cercando niente. Stiamo impedendo al vuoto di formarsi.
Ma cosa facevamo prima?
La risposta più semplice è probabilmente anche quella che oggi sembra più strana. Niente. Qualche volta non facevamo niente. Naturalmente potevamo leggere, parlare, ascoltare musica o osservare ciò che accadeva intorno. Ma esistevano anche momenti nei quali non stavamo svolgendo alcuna attività particolare. Guardavamo fuori dal finestrino. Seguivamo distrattamente una persona che attraversava la strada. Ripensavamo a una conversazione. Immaginavamo qualcosa che avremmo fatto il giorno successivo. Ci annoiavamo. Qualche volta il pensiero cominciava semplicemente a vagare senza che avessimo deciso dove dovesse andare. Non c’è bisogno di trasformare tutto questo in una virtù perduta. La noia era noiosa anche nel 1987. Le attese erano irritanti, le file erano file e aspettare quaranta minuti qualcuno che non arrivava non costituiva una sublime esperienza di introspezione. Ma quei momenti esistevano. Soprattutto, non sembrava necessario eliminarli tutti.
Due vuoti che abbiamo riempito
Forse è qui che la trasformazione diventa più visibile. In pochi decenni abbiamo progressivamente occupato due differenti forme di vuoto. La prima era il tempo nel quale non avevamo niente da fare. La seconda era il tempo nel quale gli altri non avevano modo di raggiungerci. Erano due spazi completamente diversi, ma avevano qualcosa in comune: non richiedevano una decisione. Non dovevi scegliere di essere offline. Non dovevi programmare un periodo senza notifiche. Non dovevi attivare «Non disturbare». Non dovevi decidere consapevolmente di trascorrere cinque minuti senza guardare qualcosa. Accadeva. La struttura materiale della vita quotidiana produceva naturalmente intervalli, silenzi e assenze. Oggi possiamo ancora averli, naturalmente. Ma molto più spesso dobbiamo sceglierli.
Non è una guerra contro lo smartphone
Sarebbe facile arrivare fin qui e concludere che dovremmo usare meno il telefono, cancellare le applicazioni, disattivare Internet e riconquistare eroicamente il diritto alla noia. Sarebbe anche una conclusione troppo semplice. Lo smartphone è probabilmente uno degli strumenti più versatili mai entrati nella vita quotidiana. Contiene una macchina fotografica, una biblioteca, una mappa, un giornale, musica, documenti, servizi bancari e sistemi di comunicazione che soltanto pochi decenni fa avrebbero richiesto molti oggetti differenti. Il punto non è rinunciare a tutto questo. È interessante, piuttosto, osservare quando decidiamo di usarlo. Prendere il telefono perché dobbiamo cercare un indirizzo è una scelta. Prenderlo perché vogliamo telefonare a qualcuno è una scelta. Prenderlo perché desideriamo leggere un articolo è una scelta. Prenderlo automaticamente nel momento esatto in cui compare un intervallo di venti secondi è qualcosa di diverso. Così come è diverso poter essere raggiunti dal sentirsi obbligati a esserlo. Forse sono proprio questi due automatismi che meritano di essere osservati. Non per condannarli. Soltanto per accorgerci che esistono.
Qualche minuto senza niente
La prossima volta che aspetteremo il tram probabilmente prenderemo ancora il telefono. Non succederà nulla di drammatico. Leggeremo un messaggio, controlleremo una notizia, guarderemo qualcosa e il tram arriverà. Ma potremmo anche lasciare passare qualche minuto senza riempirlo. Non come esercizio. Non come detox. Non per diventare persone migliori. Semplicemente per curiosità. Potremmo scoprire che non accade assolutamente niente. Oppure potremmo accorgerci di una conversazione accanto a noi, ricordare qualcosa che avevamo dimenticato, osservare una strada sulla quale passiamo ogni giorno senza guardarla davvero o lasciare che un pensiero inizi senza sapere immediatamente dove finirà.
E forse potremmo persino lasciare squillare il telefono. Per molto tempo una parte delle nostre giornate è stata fatta anche di questo: momenti nei quali non avevamo niente da fare e momenti nei quali nessuno poteva sapere esattamente dove fossimo. Non erano necessariamente momenti migliori. Erano semplicemente momenti che non dovevano essere riempiti e assenze che non dovevano essere giustificate. In quarant’anni abbiamo costruito tecnologie straordinarie per eliminare entrambi. Forse vale la pena, almeno qualche volta, ricordare che possiamo ancora lasciarli esistere. E domandarci, senza nostalgia e senza bisogno di spegnere il mondo: quando abbiamo smesso di non fare niente?
Osservato da Valerio Villari in Voci dalla Rete e custodito nella Risonanza del Controllo sociale, questo testo segue una trasformazione diventata quasi invisibile: il passaggio da una vita nella quale attese e irreperibilità accadevano da sole a una nella quale dobbiamo scegliere di lasciare vuoto un intervallo o di non essere raggiungibili. La Risonanza custodisce le altre tracce lasciate lungo questo percorso, senza trasformarle in una risposta definitiva.