Vai al contenuto

Risonanza attuale

La sedia spostata

27 Agosto 2026
Custodito nel Baule: La Trasformazione

Ci sono gesti che ripetiamo per rimettere le cose al loro posto, senza accorgerci che forse quel posto non ci appartiene più. A volte il cambiamento comincia così: con pochi centimetri di distanza e qualcosa che continuiamo ostinatamente a correggere.

Ogni mattina, entrando in cucina, Giulio rimetteva la sedia al suo posto.

Non era molto lontana dal tavolo. Cinque centimetri, forse sei. Abbastanza perché una delle gambe anteriori non coincidesse più con la fuga scura tra due mattonelle, il riferimento che aveva usato per anni senza sapere di usarlo. Appoggiava la mano allo schienale, tirava appena verso di sé, poi spingeva. La gamba tornava sulla linea. Soltanto allora metteva la caffettiera sul fuoco.

La prima volta non ci aveva fatto caso. Una sedia si sposta. Basta alzarsi male, urtarla passando, lasciare che il peso del corpo la trascini indietro. La seconda mattina l’aveva rimessa a posto con lo stesso gesto. Alla terza aveva guardato il pavimento.

La fuga tra le mattonelle era libera.

Giulio viveva solo da abbastanza tempo da non avere nessuno a cui attribuire quei pochi centimetri.

Cominciò a controllare la sera. Prima di spegnere la luce verificava che tutte e quattro le sedie fossero accostate al tavolo. Quella vicino alla finestra aveva una piccola scheggiatura sul bordo dello schienale; era sempre lei. La sistemava con attenzione, talvolta piegandosi per assicurarsi che la gamba anteriore fosse esattamente sulla linea scura.

Al mattino era di nuovo fuori posto.

Sette centimetri.

Una domenica prese il metro dal cassetto degli attrezzi. Misurò la distanza tra il bordo del tavolo e lo schienale: trentadue centimetri. Scrisse il numero sul retro di una busta e lasciò la busta accanto alla zuccheriera.

La mattina seguente erano trentanove.

Giulio non credeva ai fantasmi e non aveva intenzione di cominciare per colpa di una sedia. Controllò le finestre, benché sapesse che una corrente d’aria non avrebbe potuto spostarla. Provò a farla oscillare sul pavimento: non traballava. Esaminò i feltrini sotto le gambe. Uno era consumato, ma non abbastanza da spiegare nulla.

Per qualche giorno continuò a misurare.

Trentacinque. Quarantuno. Trentasette.

Poi una mattina la trovò quasi a mezzo metro dal tavolo, girata leggermente verso la finestra.

Quella volta non la toccò subito.

Rimase in piedi con il caffè ancora da preparare e osservò la stanza come se appartenesse a qualcun altro. Il tavolo al centro, le tre sedie allineate, la quarta fuori dalla geometria. Oltre il vetro il cortile era ancora in ombra, ma sui piani alti del palazzo di fronte il sole aveva già raggiunto alcune finestre.

La sedia sembrava guardare da quella parte.

Giulio la rimise a posto.

Quella sera cenò davanti al televisore. Lo faceva da qualche settimana, forse da qualche mese; non avrebbe saputo dirlo. Portò il piatto in cucina, lo lavò, asciugò il bordo del lavello con il panno e controllò le sedie prima di spegnere.

Tutte al loro posto.

Durante la notte si svegliò alle quattro e diciassette. Bevve un bicchiere d’acqua. Tornando verso la camera vide dalla porta della cucina una striscia di luce azzurra sul pavimento.

Entrò.

Non accese.

Si sedette sulla sedia con la scheggiatura e rimase vicino alla finestra.

Il cortile, a quell’ora, era diverso. Non passavano automobili dalla strada e nessuna finestra era illuminata. Il frigorifero si avviò alle sue spalle, riempiendo per qualche secondo il silenzio. Giulio appoggiò un piede alla traversa inferiore della sedia e guardò il rettangolo di cielo compreso tra i tetti.

Dopo un po’ tornò a letto.

La mattina seguente entrò in cucina e vide la sedia lontana dal tavolo.

La mano raggiunse lo schienale.

Si fermò.

Ricordò il bicchiere d’acqua. La luce sul pavimento. Il cielo tra i tetti.

Guardò la busta accanto alla zuccheriera, coperta di numeri che aveva scritto lui stesso per capire chi spostasse una sedia che spostava lui.

La lasciò dov’era.

Mise la caffettiera sul fuoco e, mentre aspettava, si sedette vicino alla finestra.


Questa prosa appartiene alla Risonanza La Trasformazione.

Non tutte le trasformazioni arrivano con una decisione o con un momento riconoscibile. Alcune cominciano nei gesti, nelle abitudini che cambiano posizione, nelle piccole deviazioni che continuiamo a correggere prima di capire che stanno indicando una direzione nuova.

Nella stessa Risonanza puoi proseguire con Prima di diventare altro, dove un riflesso inatteso rende visibile un cambiamento già avvenuto, oppure con Le trasformazioni che vediamo solo dopo, una riflessione sui mutamenti che impariamo a riconoscere soltanto guardandoci indietro.

Entra nel Baule La Trasformazione →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto