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Risonanza attuale

Le abitudini che sopravvivono alla loro ragione

31 Agosto 2026·Valerio Villari
Custodito nel Baule:
Vecchie chiavi appese ogni giorno allo stesso portachiavi, illuminate da una luce calda

Molte delle cose che facciamo ogni giorno hanno avuto, almeno all’inizio, una ragione. Il fatto curioso è che non sempre smettiamo di farle quando quella ragione scompare. Forse è anche per questo che è così difficile cambiare abitudini: alcune continuano semplicemente perché erano già lì ieri, e qualche volta basta provare a modificarle per accorgersi di quanto spazio avessero occupato senza che ce ne rendessimo conto.


Ci sono gesti che compiamo ogni giorno senza avere la sensazione di averli decisi. Entriamo in casa e appoggiamo le chiavi nello stesso punto, prepariamo il caffè seguendo una sequenza che non abbiamo più bisogno di pensare, scegliamo un posto a tavola anche quando potremmo sederci ovunque. Non c’è niente di strano: una parte importante della vita quotidiana funziona proprio perché non dobbiamo ricominciare ogni mattina a decidere tutto da capo.

Molte abitudini, inoltre, hanno avuto una ragione perfettamente sensata. Abbiamo cominciato a fare qualcosa in un certo modo perché era più comodo, perché qualcuno viveva con noi, perché un orario lo richiedeva, perché una stanza era organizzata diversamente o perché in quel momento della nostra vita quella soluzione funzionava. Poi la ripetizione ha fatto il resto. La ragione è diventata meno visibile e il gesto ha continuato a presentarsi ogni giorno come il modo naturale di fare quella cosa.

Il fatto curioso è che le circostanze possono cambiare senza portarsi via ciò che avevano prodotto. Una persona non vive più con noi, un lavoro è finito, abbiamo cambiato casa, possediamo finalmente qualcosa che prima ci mancava oppure non dobbiamo più proteggerci da una difficoltà che appartiene al passato. Eppure possiamo continuare a organizzare una parte della nostra giornata come se quella ragione fosse ancora presente.

La ragione se ne va molto più facilmente dell’abitudine.

Quando non dobbiamo più decidere

Una delle funzioni più utili delle abitudini è risparmiarci decisioni. Se ogni volta che preparassimo la colazione dovessimo stabilire da zero dove prendere una tazza, in quale ordine usare gli oggetti e dove riporli, spenderemmo una quantità sproporzionata di attenzione in operazioni insignificanti. La ripetizione trasforma invece una sequenza di decisioni in un gesto quasi automatico e libera spazio per altro.

Ce ne accorgiamo soprattutto quando qualcosa cambia. Basta spostare un interruttore, cambiare il posto di un oggetto o trascorrere qualche giorno in una casa diversa perché la mano continui ad andare verso il punto nel quale si aspettava di trovare ciò che cerca. Sappiamo perfettamente che l’interruttore è dall’altra parte, eppure per qualche tempo entriamo nella stanza e tocchiamo il muro sbagliato. Il corpo continua a seguire una geografia che non esiste più.

Questi piccoli errori fanno sorridere perché rendono visibile qualcosa che normalmente rimane nascosto: una parte delle nostre giornate è costruita su percorsi già tracciati. Finché funzionano non abbiamo alcun motivo per notarli. È quando il mondo intorno cambia che scopriamo quanto precisamente li avevamo imparati.

Le ragioni che abbiamo dimenticato

Lo stesso meccanismo può riguardare qualcosa di più importante della posizione di un interruttore. Possiamo continuare a tenere libera un’ora della giornata perché per anni qualcuno ci telefonava in quel momento, organizzare la casa secondo esigenze che non esistono più oppure evitare una situazione per una precauzione diventata inutile. Non sempre ricordiamo quando quella consuetudine è cominciata e, soprattutto, non sempre ci chiediamo se la condizione che l’aveva resa necessaria sia ancora presente.

È qui che una frase apparentemente innocua come «ho sempre fatto così» diventa interessante. Non significa necessariamente che siamo contrari al cambiamento. Può significare semplicemente che la ripetizione ha smesso da tempo di avere bisogno della ragione che l’aveva inaugurata. Il fatto di aver fatto qualcosa ieri diventa una ragione sufficiente per rifarla oggi.

E domani, naturalmente, avremo una ragione in più: l’avremo fatta anche oggi.

Il conforto delle cose prevedibili

Cambiare un’abitudine, anche piccola, introduce una quantità minima di incertezza. Dobbiamo prestare attenzione a qualcosa che prima avveniva da solo, ricordarci una nuova sequenza, tollerare per qualche tempo la sensazione che il gesto non sia ancora naturale. Non è necessariamente paura del nuovo; spesso è soltanto il confronto tra una strada che conosciamo perfettamente e una che dobbiamo ancora imparare.

La familiarità possiede un vantaggio che non dipende dal fatto che qualcosa sia migliore. Una soluzione può essere scomoda, inefficiente o perfino leggermente fastidiosa e conservare comunque una qualità rassicurante: sappiamo già come funziona. Non richiede esperimenti, non ci sorprende e soprattutto non ci costringe a osservare ciò che stiamo facendo.

Ci sono abitudini che sopravvivono perché ci fanno stare bene. Altre sopravvivono semplicemente perché sappiamo già come starci dentro.

Quando l’abitudine diventa identità

Con il tempo alcune abitudini smettono perfino di sembrarci comportamenti e cominciano a somigliare a caratteristiche personali. Siamo quelli che arrivano sempre in anticipo, quelli che organizzano tutto, quelli che non chiedono mai aiuto, quelli che fanno personalmente una cosa perché «si fa prima». A quel punto modificare il comportamento può sembrare qualcosa di più profondo che cambiare una consuetudine: sembra quasi contraddire il modo in cui abbiamo imparato a descriverci.

Eppure anche queste definizioni possono avere una storia. Forse abbiamo cominciato ad arrivare in anticipo perché per un periodo non potevamo permetterci di essere in ritardo; abbiamo imparato a organizzare tutto perché intorno a noi nessuno lo faceva; abbiamo smesso di chiedere aiuto perché in un certo momento non c’era nessuno al quale chiederlo. Una risposta ripetuta abbastanza a lungo può diventare un’abitudine e un’abitudine ripetuta abbastanza a lungo può diventare una definizione.

Nel frattempo, però, le circostanze possono essere cambiate.

Ciò che un tempo ci proteggeva

Alcune consuetudini sono nate come forme di adattamento. Evitare un conflitto, anticipare i bisogni degli altri, non chiedere, controllare tutto, prepararsi sempre in anticipo o lasciare una via d’uscita possono essere state, in un determinato momento, risposte utili a una situazione reale. Il problema è che le abitudini non possiedono un calendario e nessuno le avvisa quando le circostanze che le avevano rese necessarie sono finite.

Così possiamo continuare a proteggerci da qualcosa che non c’è più, organizzare la vita intorno a un limite scomparso oppure comportarci con una persona nuova secondo regole imparate in una relazione precedente. Non perché abbiamo deciso consapevolmente che quelle regole siano ancora valide, ma perché sono diventate il percorso più breve tra una situazione e la nostra risposta.

In questi casi l’abitudine non racconta soltanto ciò che facciamo. Conserva anche una piccola storia delle condizioni nelle quali abbiamo imparato a farlo.

Non tutto ciò che dura deve essere conservato

Negli ultimi anni le abitudini sono diventate spesso materia di ottimizzazione. Impariamo a costruirle, misurarle, interromperle, sostituirle; esistono applicazioni che registrano quante volte abbiamo fatto qualcosa e metodi per trasformare quasi ogni gesto in una sequenza da perfezionare. Perfino bere un bicchiere d’acqua rischia qualche volta di diventare un programma.

Ma non tutte le abitudini devono essere cambiate e non tutte meritano un progetto. Molte rendono semplicemente la vita più semplice e sarebbe assurdo sottoporle a un esame quotidiano. Il punto interessante arriva quando una consuetudine continua dopo aver smesso di aiutarci, oppure quando ci accorgiamo che la ragione per cui la difendiamo non appartiene più al presente.

In quel momento non è necessario dichiararle guerra. Può essere sufficiente vederle.

Chiedere di nuovo perché

Le abitudini sono una forma di memoria pratica. Conservano soluzioni che abbiamo trovato nel tempo e ci permettono di usarle senza doverne ricostruire ogni volta la storia. Proprio per questo, ogni tanto, può essere interessante rivolgere loro una domanda semplice: perché lo faccio così?

Qualche volta la risposta sarà immediata e perfettamente attuale. Lo facciamo così perché continua a essere il modo migliore, più comodo o semplicemente più piacevole. Altre volte, invece, dovremo tornare indietro per ritrovare la ragione: apparteneva a un’altra casa, a un altro lavoro, a una persona che non c’è più, a una necessità scomparsa oppure a una versione di noi che nel frattempo ha imparato qualcosa di diverso.

Non significa che dobbiamo cambiare tutto ciò che viene dal passato. Significa soltanto riconoscere che continuare a fare qualcosa e avere ancora una ragione per farla non sono necessariamente la stessa cosa.

Forse alcune abitudini sopravvivono proprio così: non perché abbiamo scelto di conservarle, ma perché nessuno, per molto tempo, ha più domandato loro da dove venissero.


Questa riflessione è stata lasciata nello Studio e custodita nel Baule La Trasformazione, tra le cose che continuano a cambiare anche quando sembrano rimaste esattamente al loro posto.

La stessa Risonanza attraversa La sedia spostata, dove un gesto ripetuto ogni mattina prova ostinatamente a rimettere al proprio posto qualcosa che ha già cominciato a cambiare, e Le trasformazioni che vediamo solo dopo, dove il mutamento diventa riconoscibile soltanto quando abbiamo percorso abbastanza strada da poterci voltare indietro.

Nel Baule La Trasformazione, ogni testo osserva una forma diversa del cambiamento: quello che riconosciamo mentre accade e quello che diventa visibile soltanto quando ciò che credevamo immutato non corrisponde più alla vita che stiamo vivendo.

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