Liber Primus – De Captcha et Humanitate
Della natura biologica dell'uomo e delle difficolta incontrate nel dimostrarla alle macchine.
libro canonico
Liber Primus De Captcha et Humanitate
Della natura biologica dell'uomo e delle difficolta incontrate nel dimostrarla alle macchine.
Nell’anno in cui l’Impero Informatico aveva ormai esteso la propria giurisdizione sopra ogni forma di commercio, comunicazione e svago, sorse una questione che i filosofi delle generazioni precedenti non avevano saputo prevedere.
L’uomo doveva dimostrare di essere uomo.
Poiché le macchine si moltiplicavano con velocità crescente e i loro algoritmi percorrevano le reti telematiche come eserciti senza volto, i Custodi della Sicurezza stabilirono che nessun cittadino potesse accedere a una risorsa ipertestuale senza prima sottoporsi alla Prova della Natura Biologica.
A tal fine fu istituito il rito del CAPTCHA.
Il cittadino che desiderasse consultare una pagina, leggere un articolo o completare una registrazione sarebbe stato fermato da una griglia composta da immagini frammentarie e di qualità discutibile.
Gli sarebbe quindi stato ordinato:
“Seleziona tutti i quadrati contenenti semafori.”
Nessuna ulteriore spiegazione sarebbe stata fornita.
Sorsero immediatamente dispute interpretative.
In numerose immagini il semaforo appariva mutilato.
Talvolta era visibile soltanto il palo.
Talvolta soltanto una luce.
Talvolta una porzione di ombra la cui natura risultava oggetto di controversia.
La Scuola Semaforista Ortodossa sosteneva che ogni frammento appartenente al semaforo dovesse essere selezionato.
La Corrente Minimalista riteneva invece sufficiente cliccare soltanto il corpo principale dell’oggetto.
La disputa durò molti anni e produsse una quantità di letteratura superiore a quella dedicata all’oggetto stesso.
La macchina non partecipò mai al dibattito.
Si limitò a respingere entrambe le interpretazioni.
I filologi computazionali hanno a lungo discusso se il segno grigiastro posto ai margini dell’immagine debba essere considerato semaforo, riflesso, idrante o residuo cromatico di una realtà precedente.
La dottrina prevalente ritiene tuttavia che la natura dell’oggetto sia questione secondaria.
Nel rito della verifica non si domanda al cittadino che cosa egli veda, ma che cosa la macchina ritenga opportuno che egli avrebbe dovuto vedere.
In quei giorni esercitava la propria autorità Gaio Unicode Massimo, Governatore della Provincia delle Vocali Accentuate e Custode della Compatibilità Retroattiva Universale.
Le cronache lo descrivono come uomo severo e metodico.
Era convinto che ogni problema semplice potesse essere migliorato mediante l’introduzione di ulteriori passaggi intermedi.
Quando gli venne riferito che numerosi cittadini lamentavano difficoltà nell’identificazione dei semafori, convocò il Senato delle Dipendenze Mancanti.
Dopo tre giorni di consultazioni e sette settimane di dibattito, il Senato concluse che il problema non risiedeva nei semafori.
Il problema risiedeva nei cittadini.
Gaio Unicode Massimo approvò la relazione senza modifiche.
Fu quindi emanato il celebre Editto della Fallibilità Necessaria.
Poiché le macchine erano ormai capaci di riconoscere immagini con precisione superiore a quella degli uomini, divenne necessario introdurre nuove modalità di identificazione della natura biologica.
Fu stabilito che il cittadino dovesse mostrare segni evidenti di esitazione.
La rapidità sarebbe stata considerata sospetta.
La precisione eccessiva, indizio di automatismo.
L’efficienza, prova quasi certa di colpevolezza.
Il cittadino diligente avrebbe pertanto dovuto:
sbagliare almeno una volta;
correggersi con esitazione;
dubitare del proprio giudizio;
ricontrollare un quadrato già verificato.
Solo allora la macchina avrebbe riconosciuto in lui un essere umano.
Molti filosofi considerarono tale decisione il momento culminante della civiltà digitale.
Per la prima volta nella storia, l’uomo veniva premiato per la propria imperfezione.
Le macchine continuarono a funzionare.
Gli uomini iniziarono invece a domandarsi se fossero ancora loro a sostenere l’esame o se l’esame stesse lentamente sostenendo loro.
La rapidità del gesto, in apparenza virtù operativa, fu presto classificata tra gli indizi di natura artificiale.
Chi selezionava le immagini con eccessiva decisione veniva ricondotto alla procedura iniziale, affinché imparasse a manifestare esitazione, ripensamento e moderata incertezza motoria.
Da tale principio nacque la dottrina secondo cui l’uomo deve dimostrare la propria umanità non mediante la ragione, ma mediante una sufficiente imperfezione nell’uso del puntatore.
Non tutti i cittadini riuscivano a superare la Prova della Natura Biologica al primo tentativo.
Coloro che fallivano ripetutamente venivano condotti in una regione amministrativa intermedia, nota agli studiosi come Purgatorio delle Immagini Infinite.
In tale luogo le griglie non terminavano mai.
Ogni volta che il cittadino individuava correttamente un semaforo, ne appariva un altro.
Ogni volta che selezionava una bicicletta, nuove biciclette emergevano dalle regioni periferiche dell’immagine.
Alcuni testimoni riferirono di aver identificato autobus per intere giornate senza mai raggiungere la conclusione della procedura.
La documentazione ufficiale negò sempre l’esistenza di tale fenomeno.
Essa si limitò a definirlo:
“Ottimizzazione progressiva della verifica.”
Gli esegeti collocano tale regione in uno spazio intermedio fra il dominio degli uomini e quello delle macchine.
In essa l’anima digitale non viene respinta, ma trattenuta in una successione di griglie, attraversamenti pedonali, biciclette e autobus, la cui durata non è misurata in ore, bensì in tentativi.
Il lento dissolversi delle immagini non indica soltanto una condizione tecnica.
Esso costituisce una categoria temporale propria dell’Impero Informatico, nella quale il cittadino percepisce il passaggio del tempo senza poter stabilire se la procedura stia avanzando, ricominciando o semplicemente contemplando se stessa.
Le cronache riferiscono di cittadini che, dopo aver identificato correttamente una lunga serie di biciclette, ricevettero in premio una nuova griglia contenente ulteriori biciclette.
La scuola tradizionale interpreta il fenomeno non come errore, ma come manifestazione ordinaria della volontà algoritmica, alla quale nessuna risposta corretta impone necessariamente una conclusione.
Col trascorrere degli anni, i cittadini iniziarono a formulare una domanda sempre più frequente.
Se la macchina era in grado di riconoscere autonomamente semafori, biciclette e attraversamenti pedonali, per quale ragione chiedeva assistenza agli uomini?
La questione venne sottoposta al Senato delle Dipendenze Mancanti.
Dopo approfondite consultazioni, il Senato stabilì che la domanda fosse mal formulata.
Non era la macchina ad aver bisogno dell’uomo.
Era l’uomo ad avere bisogno della macchina per dimostrare la propria esistenza.
Tale conclusione fu accolta con favore dagli ambienti governativi e con un certo sconforto dal resto della popolazione.
Come avviene per ogni dottrina sufficientemente complessa, sorsero ben presto scuole di pensiero contrapposte.
Gli Ortodossi sostenevano che la macchina possedesse sempre ragione.
Gli Ermetici ritenevano che il significato delle immagini fosse simbolico.
Secondo tale corrente, il semaforo rappresentava la condizione umana e l’autobus il destino.
Gli Scettici sostenevano invece che il sistema fosse casuale.
Tale affermazione venne dichiarata eretica.
Gli autori furono costretti a identificare biciclette per quaranta giorni consecutivi.
Tra tutte le pene amministrative previste dall’Impero Informatico, nessuna era temuta quanto il Loop di Sisifo Digitale.
La procedura aveva inizio quando il cittadino completava correttamente una verifica.
La macchina mostrava quindi la seguente comunicazione:
“Si è verificato un errore. Riprovare.”
Il cittadino riprovava.
L’errore si ripresentava.
Dopo numerose reiterazioni, il soggetto iniziava a dubitare della propria memoria, delle proprie capacità percettive e, nei casi più gravi, della propria natura biologica.
Numerosi studiosi ritengono che il Loop di Sisifo Digitale costituisca il più raffinato strumento filosofico mai concepito dall’Impero.
Esso non impedisce all’uomo di raggiungere l’obiettivo.
Lo convince progressivamente che l’obiettivo non sia mai esistito.
Così ebbe origine la Prova della Natura Biologica.
Generazioni di cittadini dedicarono una parte significativa della propria esistenza all’identificazione di oggetti perfettamente riconoscibili da sistemi che fingevano di non riconoscerli.
Le macchine appresero.
Gli algoritmi migliorarono.
I cittadini invecchiarono.
Eppure il rito sopravvisse.
Poiché ogni Impero necessita di un confine.
E nessun confine si dimostrò più efficace di una bicicletta sfocata collocata nell’angolo inferiore destro di una fotografia.