Stanza delle Prose
L’uomo che non abitava più il proprio corpo
Oggi, nella Casa, ho aperto il Baule di Corpo e Presenza.
Ci sono risonanze che non nascono da un’idea, ma da qualcosa di più concreto e silenzioso: il modo in cui abitiamo noi stessi. In un tempo che ci invita continuamente a mostrarci, forse vale la pena fermarsi a osservare ciò che resta quando gli schermi si spengono e le immagini smettono di raccontarci.
Questa prosa nasce da quella domanda.
C’era un tempo in cui gli uomini imparavano il mondo esclusivamente attraverso il corpo: con le ginocchia sbucciate dopo una caduta, con il fiato corto di una corsa, con le mani sporche di terra, così come con il dolore di una ferita o il calore di una carezza. Il corpo era il primo linguaggio, molto prima delle parole, delle idee e delle immagini.
Poi, qualcosa cambiò. Non accadde in un giorno preciso, nessuno sentì il rumore di una porta che si chiudeva né vide il momento esatto in cui iniziò l’allontanamento; fu piuttosto una trasformazione lenta e inesorabile. Gli uomini cominciarono a osservare la propria vita invece di viverla. Fotografarono i tramonti senza guardarli davvero, registrarono concerti senza ascoltarli e condivisero viaggi che non avevano avuto il tempo di attraversare. Persino il cibo divenne un’immagine prima ancora che un sapore, e ogni esperienza sembrò dover passare attraverso lo schermo di un dispositivo per acquistare valore.
L’uomo di questa storia non faceva eccezione. Camminava molto, o almeno così diceva il contatore dei passi; dormiva otto ore, come affermava l’applicazione installata sul telefono; sorrideva spesso, quantomeno nelle fotografie. Aveva imparato a misurare ogni cosa: la distanza percorsa, le calorie consumate, i battiti del cuore, il tempo trascorso. Ogni elemento della sua esistenza era diventato un numero, e ogni numero sembrava promettere una conoscenza più profonda di sé, eppure qualcosa continuava a sfuggirgli.
Una sera si fermò davanti allo specchio. Non ci fu alcuna rivelazione, nessuna voce misteriosa o segno divino; vide semplicemente un volto stanco e si accorse che da tempo non si osservava più davvero. Era abituato a guardare immagini di sé, fotografie, riflessi rapidi e video, ma non si fermava mai abbastanza a lungo da incontrare la persona che abitava quel corpo. Rimase lì per qualche minuto, notando rughe che non ricordava, spalle leggermente curve, la pelle segnata dal tempo e le cicatrici. Tutte quelle tracce raccontavano una storia che nessun profilo avrebbe potuto mostrare: il corpo conservava una memoria diversa, non quella degli eventi, ma la memoria della vita vissuta. Ogni fatica, ogni perdita, ogni attesa e ogni gioia erano ancora lì, incise in silenzio.
Compreso allora che per anni aveva abitato una rappresentazione di sé. Aveva curato l’immagine, aggiornato il profilo, ordinato archivi e ricordi digitali, ma aveva dimenticato di abitare la propria presenza. Da quel giorno non cambiò vita radicalmente: non abbandonò la tecnologia, non fuggì nei boschi e non divenne un predicatore della semplicità. Fece qualcosa di molto più difficile: cominciò a tornare. Tornò al peso dei propri passi, al silenzio delle stanze, al vento sulla pelle, alla stanchezza che non si può nascondere dietro un filtro e alla gioia che non ha bisogno di essere pubblicata.
Scoprì che il corpo non chiedeva perfezione, ma soltanto presenza: essere lì, interamente, senza mediazioni, senza spettatori e senza dover dimostrare nulla. E forse fu allora che comprese una verità semplice ma radicale: il contrario dell’assenza non è la visibilità, è la presenza. E il primo luogo in cui tornare ad abitare sarà sempre il proprio corpo
Ogni testo custodito in un Baule aggiunge una traccia alla mappa della Casa.
Questa è la seconda voce che affida le proprie parole alla risonanza Corpo e Presenza. Non offre risposte definitive e non pretende di insegnare nulla. Rimane qui, accanto alle altre tracce, in attesa di incontrare chi, passando per questa stanza, riconoscerà qualcosa della propria esperienza.
Se vorrai continuare il cammino, il Baule resta aperto
Lasciato da Valerio Villari nella Stanza delle Prose.
Custodito nel Baule: Corpo e Presenza. Anche la tua voce cerca una sua dimora: scopri come darle protezione e accoglierla.