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Poesia

La poesia del controllo sociale: quando il silenzio diventa ordine

20 Aprile 2026
Custodito nel Baule: Controllo sociale

Il controllo sociale non sempre alza la voce. A volte si presenta come cura, come ordine, come normalità. Entra nelle abitudini, nei gesti quotidiani, nelle parole che smettono di inquietare.

Questa poesia nasce da quella soglia sottile in cui il silenzio sembra protezione, ma finisce per diventare obbedienza. Racconta il peso di un mondo che chiede conformità, la fatica di restare umani, il valore del dubbio come forma di resistenza.

Perché non tutto ciò che appare sereno lo è davvero. E non tutto ciò che tace è pace. In certe epoche, il controllo si veste di dolcezza, promette stabilità, offre persino un sorriso. Ma sotto la superficie, qualcosa continua a chiedere verità.

La poesia, allora, diventa questo: un modo per ascoltare ciò che il potere vorrebbe rendere invisibile. Un gesto minimo, ma necessario. Una crepa da cui può entrare la luce.

Il controllo non grida.
Siede vicino,
con mani quiete e voce pulita.
Ti porge acqua,
pronuncia il tuo nome
come si benedice una soglia,
e ti insegna il sorriso
che conviene al peso,
la piega esatta
dell’obbedienza.

Non ha ferri in vista,
né catene che tintinnano.
Ha invece orologi fedeli,
giorni ben pettinati,
parole che sanno di ordine
e di tregua,
miele posato sulla ferita
per farne dimenticare il sangue.

Eppure, sotto la pelle del giorno,
resta un tremore ostinato:
una domanda che non si lascia addomesticare,
un passo fuori riga,
un cuore che rifiuta la pace
quando la pace è solo
silenzio imposto.

Perché la verità
non bussa piano.
Non chiede permesso.
Arriva come fenditura,
come uno squarcio nel muro,
e da quella ferita
entra la luce.

Valerio Villari

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