Acta Codicilliana
ACTUM VIII – DE MANU SINISTRA QUAE ADIUVAT
C’era tutta l’acqua sul pavimento della cucina e un signore provava a chiudere il tubo rotto. Ci è riuscito solo quando ha usato la sua mano stanca, quella...
Attraversa la sogliaApertura della Risonanza
Quando uscì per comprare il pane, lasciò la porta accostata. Il negozio era dall’altra parte della strada e a quell’ora il pianerottolo rimaneva vuoto; non avrebbe impiegato più di dieci minuti, il tempo di prendere due filoni, una bottiglia d’acqua e qualcosa per la cena. Controllò ugualmente che la porta non potesse aprirsi da sola, spingendola con la spalla finché la serratura non aderì allo stipite, poi infilò la mano destra nella tasca dei pantaloni per cercare le monete.
La sinistra rimase lungo il fianco, leggermente piegata verso l’interno.
Da anni aveva imparato a non affidarle nulla che potesse cadere, rompersi o richiedere una presa sicura. Non era del tutto immobile, riusciva ad aprire e chiudere le dita, a volte perfino a stringere oggetti leggeri, ma la forza arrivava in ritardo e la sensibilità si fermava in alcuni punti del palmo, come se tra la pelle e ciò che toccava fosse rimasta una stoffa troppo spessa. Il medico gli aveva spiegato che avrebbe dovuto usarla, insistere, costringerla a partecipare ai movimenti quotidiani. Lui aveva annuito, aveva ripetuto gli esercizi per qualche mese e infine aveva trovato un sistema più semplice: fare tutto con l’altra.
Con la destra apriva le porte, reggeva la tazza, si radeva, scriveva, sollevava le buste della spesa. Quando doveva abbottonare la camicia, teneva il lembo del tessuto fermo contro il tavolo e lasciava che le dita sane cercassero le asole. Per tagliare la carne spingeva il piatto contro il bordo della tovaglia. Aveva imparato a trasformare ogni gesto in un’azione incompleta ma sufficiente, e col tempo quella mano era diventata una presenza discreta, qualcosa che il corpo continuava a portare senza consultarlo.
Nel negozio trovò poca gente. Mise il pane sotto il braccio, prese una bottiglia d’acqua, una scatola di pomodori e un pacco di caffè. Alla cassa la donna gli porse il resto insieme allo scontrino. Lui cercò di separarli con una sola mano, mentre il pane gli scivolava lentamente lungo il fianco.
«Aspetti, glielo metto nella busta.»
La cassiera prese il pane e lo sistemò sopra le altre cose. Non c’era compassione nel gesto, soltanto l’impazienza pratica di chi vede un’operazione eseguita male e vuole concluderla. Lui la ringraziò, afferrò entrambi i manici con la destra e uscì.
Il peso gli tirava il braccio verso il basso. Avrebbe potuto dividere il carico, passare uno dei manici nell’altra mano, ma non lo fece. Attraversò la strada tenendo la busta lontana dalla gamba e, quando raggiunse il portone, la appoggiò a terra per premere la maniglia. La bottiglia si inclinò contro la scatola dei pomodori, il pane si piegò leggermente, poi ogni cosa ritrovò il proprio posto.
Sul pianerottolo sentì l’acqua.
All’inizio pensò al rubinetto dell’appartamento sopra il suo. Le tubature attraversavano il muro vicino alla porta e a volte portavano nelle stanze rumori che sembravano provenire da punti diversi. Poi vide una striscia sottile uscire da sotto lo stipite. L’acqua avanzava lentamente lungo la fuga tra le mattonelle e aveva già raggiunto lo zerbino.
Lasciò cadere la busta, spinse la porta ed entrò.
Il rumore veniva dalla cucina. Non era forte, ma continuo, un getto pieno che batteva contro il fondo del mobile e si spargeva sul pavimento. Attraversò il corridoio, scivolò appena sul tallone e si appoggiò alla parete. Sotto il lavello, una delle ante era aperta. L’acqua usciva dal raccordo del tubo, colpiva i flaconi del detersivo e scendeva lungo il ripiano prima di riversarsi fuori.
Prese uno strofinaccio e lo gettò a terra, poi ne aggiunse un altro. Il tessuto si scurì immediatamente. Cercò di ricordare dove fosse il rubinetto d’arresto. Lo aveva visto quando l’idraulico aveva sostituito il sifone, anni prima: una piccola valvola dietro il tubo di scarico, quasi contro il muro.
Si inginocchiò.
Il bordo del mobile gli premeva contro la spalla. Infilò il braccio destro nello spazio sotto il lavello, spostò una bottiglia e raggiunse il raccordo, ma il tubo gli impediva di piegare il polso. Provò dall’alto, poi dal lato opposto. Le dita sfiorarono la valvola senza riuscire ad afferrarla.
L’acqua continuava a cadere.
Ritirò il braccio, rovesciò il contenitore delle spugne e urtò con il gomito uno dei flaconi. Sentì la plastica rotolare dietro di lui. Tornò a cercare la valvola, questa volta piegando il busto finché il fianco non aderì al bordo del mobile. La mano destra arrivava al metallo, ma non trovava lo spazio per stringerlo. Ogni tentativo spingeva il tubo più in fondo.
Rimase fermo per qualche secondo, con il viso quasi all’altezza del pavimento. L’acqua gli aveva raggiunto le ginocchia e penetrava nel tessuto dei pantaloni. Sollevò la testa, guardò il proprio braccio sinistro appoggiato a terra e lo portò davanti all’apertura.
La mano entrò facilmente.
Era più stretta, meno rigida nel polso. Passò tra il tubo e il muro, avanzò nell’ombra del mobile e incontrò una superficie fredda. Lui non riusciva a capire se stesse toccando la valvola o il raccordo. Mosse le dita, lentamente. Il pollice trovò una sporgenza, l’indice scivolò sul bordo dentato. Provò a chiudere la presa, ma il metallo gli sfuggì.
Ritrasse la mano di pochi centimetri e ricominciò.
Questa volta appoggiò il palmo contro il muro, lasciando che fossero le dita a cercare. Non sentiva bene la superficie, eppure riconosceva la resistenza. Il pollice rimase fermo da un lato, l’indice e il medio si chiusero dall’altro. Girò.
La valvola non si mosse.
Strinse più forte. Il tremore partì dal polso e risalì lungo l’avambraccio. Per un momento credette che la presa avrebbe ceduto, invece il metallo avanzò di poco, producendo un suono secco. Riprese fiato e girò ancora. La mano si piegava in una posizione che non avrebbe saputo ripetere fuori da quello spazio, il dorso premeva contro il tubo e la valvola lasciava nel palmo una pressione sorda, più riconoscibile del dolore.
Il getto diminuì.
Continuò a girare finché l’acqua divenne un filo, poi una successione di gocce. Quando la valvola si fermò, tenne ancora la presa per alcuni secondi, come se il tubo potesse riaprirsi non appena avesse allentato le dita.
Estrasse il braccio con cautela. La mano era arrossata, attraversata da una linea bianca nel punto in cui il bordo della valvola aveva premuto sulla pelle. Tra il pollice e l’indice era rimasto il segno dentato del metallo.
Si sedette sul pavimento.
L’acqua si era raccolta intorno alle gambe e rifletteva la luce della finestra. Lo strofinaccio galleggiava vicino al frigorifero, gonfio e inutile. Dal lavello cadeva ancora qualche goccia, ma il silenzio della cucina aveva ripreso consistenza.
Prese un canovaccio asciutto dalla maniglia del forno e vi posò sopra la mano sinistra. Non la strofinò come faceva di solito, con movimenti rapidi e distratti. Asciugò prima il dorso, poi ogni dito, passando il tessuto negli spazi ancora bagnati. Sul palmo, il segno della valvola cominciava a diventare rosso.
Fuori dalla cucina trovò la busta rovesciata. La bottiglia era rimasta nel corridoio, il pacco di caffè vicino alla porta, i pomodori sparsi sul pavimento. Il pane aveva assorbito un poco d’acqua da un angolo della carta.
Li raccolse uno alla volta. Con la destra rimise i pomodori nella scatola; con la sinistra tenne ferma la busta. Le dita tremavano ancora, ma il manico non scivolò.
Quando ebbe finito tornò in cucina. Per rialzarsi appoggiò entrambe le mani sulle mattonelle, allargò le dita e portò il busto in avanti. Il pavimento era freddo sotto i palmi. Per abitudine spostò quasi tutto il peso verso destra, poi si fermò.
Rimase così, piegato sulle ginocchia, mentre una goccia cadeva dal tubo e si rompeva nell’acqua.
Spostò lentamente il corpo verso il centro.
La mano sinistra cedette appena, quindi trovò la propria posizione. Il segno della valvola premette contro il pavimento, il polso tremò ancora, ma il braccio sostenne il peso fino a quando fu di nuovo in piedi.
Il peso della mano è stato lasciato da Valerio Villari nella Stanza dei Racconti brevi e custodito nel Baule Corpo e presenza.
La Risonanza Corpo e presenza raccoglie le tracce in cui il pensiero torna alla carne, al gesto e alla concretezza dell’esistere. Da questa soglia è possibile ritornare alla sua pagina portante e attraversare gli altri testi che abitano lo stesso spazio.
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