Ci sono gesti che attraversano gli anni senza chiedere di essere ricordati. Arturo ne compie uno ogni mattina, prima del caffè, entrando in una stanza e controllando la terra di un pothos. È un’abitudine semplice, imparata molto tempo prima, quando bastava un dito nel terriccio per sapere cosa fare.
Ogni mattina Arturo entrava nella stanza prima ancora di preparare il caffè. Apriva la finestra, lasciava che l’aria attraversasse per qualche minuto le tende e poi si occupava del pothos sul davanzale. Non aveva bisogno di guardare il calendario per sapere quando annaffiarlo: infilava un dito nella terra fino alla prima falange e decideva. Se la sentiva ancora fresca, rimetteva il vaso al suo posto; se era asciutta, prendeva la piccola brocca che teneva sul mobile accanto alla porta e versava l’acqua lentamente, aspettando che la terra la assorbisse. Aveva imparato a non fidarsi della superficie, che poteva sembrare secca anche quando sotto conservava ancora abbastanza umidità.
Era stata Elena a insegnarglielo molti anni prima, quando Arturo aveva comprato una pianta per il soggiorno e nel giro di poche settimane era riuscito quasi a farla morire. Lui sosteneva di aver seguito scrupolosamente le istruzioni ricevute dal fioraio; Elena aveva infilato un dito nel terriccio fradicio e gli aveva chiesto se intendesse coltivare una pianta o allevare delle rane. Da allora Arturo aveva smesso di contare i giorni.
Il pothos era arrivato molto più tardi. Elena lo aveva portato a casa dentro un sacchetto di carta, piccolo abbastanza da stare sul palmo di una mano, e lo aveva sistemato nella loro camera perché, diceva, lì riceveva la luce migliore. Negli anni aveva cambiato tre vasi e occupato buona parte del davanzale. Alcuni rami erano scesi lungo il fianco del mobile e Arturo li aveva lasciati fare, limitandosi ogni tanto a girare il vaso verso il vetro come aveva visto fare a lei.
Nella stanza non era cambiato quasi nulla. Sul comodino di Elena c’erano ancora due libri, uno con un segnalibro fermo da mesi poco oltre la metà, e sul cassettone una scatola di legno conteneva collane e orecchini che nessuno apriva più. Nell’armadio erano rimasti i vestiti della stagione precedente, perché Arturo non aveva trovato una ragione sufficientemente buona per spostarli. Cambiava le lenzuola, spolverava i mobili, apriva la finestra ogni mattina e, quando usciva, lasciava quasi sempre la porta socchiusa.
Il sabato prendeva l’autobus delle quattordici e dieci. Prima di uscire passava dal forno all’angolo e comprava qualcosa che Elena avrebbe potuto mangiare facilmente: una fetta di torta morbida, due biscotti, qualche volta un piccolo budino alla vaniglia. Non sempre lei aveva voglia di assaggiarlo e non sempre ricordava di averlo mangiato cinque minuti dopo, ma Arturo continuava a portarlo.
Quel sabato la trovò nella sala comune, seduta vicino a una vetrata che dava sul giardino. Elena aveva un cardigan chiaro sulle spalle e guardava due donne che camminavano lungo il vialetto accompagnate da un’operatrice. Quando Arturo si sedette accanto a lei, gli rivolse un sorriso cortese.
«Ti ho portato la torta di mele.»
Elena guardò il sacchetto che lui aveva appoggiato sul tavolino.
«L’hai fatta tu?»
«No. Quella del forno.»
«Ah.»
Arturo ne tagliò un pezzo con la forchettina di plastica e glielo porse. Elena lo mangiò lentamente, poi ne volle un altro. Per qualche minuto parlarono del giardino, anche se fu soprattutto Arturo a parlare. Le raccontò che la notte precedente aveva piovuto, che la temperatura si era abbassata e che sul balcone i gerani avevano finalmente ripreso un po’ di colore. Elena ascoltava e ogni tanto annuiva, ma il suo sguardo si spostava spesso verso qualcosa alle sue spalle.
Sul davanzale della sala c’erano tre piante. Una aveva foglie grandi e lucide, un’altra cresceva sottile attorno a un sostegno di legno; la terza era un piccolo pothos che qualcuno aveva lasciato ricadere da un vaso bianco. Elena lo fissò a lungo. Poi posò la forchetta.
«Hai dato l’acqua alla pianta?»
Arturo rimase con il sacchetto aperto tra le mani.
«Sì.»
Elena continuò a guardare il pothos.
«Hai messo il dito?»
Arturo sorrise.
«Certo che ho messo il dito.»
Lei si voltò verso di lui e per qualche secondo il suo viso cambiò. Non fu un’espressione che Arturo avrebbe saputo descrivere: sembrava piuttosto che qualcosa avesse trovato improvvisamente il proprio posto.
«Altrimenti non puoi sapere se ha sete.»
«Lo so.»
«Tu la bagnavi sempre troppo.»
«Adesso ho imparato.»
Elena sorrise e scosse appena la testa, con quella pazienza divertita che Arturo conosceva bene. Lui avrebbe voluto aggiungere qualcosa, ricordarle il primo vaso allagato, le rane che secondo lei avrebbe potuto allevarci dentro, forse persino dirle che il pothos era diventato enorme e che un ramo arrivava ormai quasi al pavimento. Non disse niente. Rimase seduto accanto a lei mentre Elena prendeva un altro piccolo pezzo di torta.
Passarono alcuni minuti. Dal corridoio arrivava il rumore di un carrello e qualcuno accese il televisore dall’altra parte della sala. Elena si pulì le dita con il tovagliolo, osservò Arturo e aggrottò leggermente la fronte.
«Lei lavora qui?»
Arturo abbassò gli occhi sul sacchetto della pasticceria, lo piegò una volta e poi un’altra.
«No.»
«È venuto a trovare qualcuno?»
«Sì.»
Elena annuì, soddisfatta della risposta, e tornò a guardare il giardino.
Poco dopo arrivò un’infermiera con le medicine. Arturo salutò Elena, raccolse il sacchetto vuoto e tornò verso l’uscita, poi prese l’autobus delle diciassette e quaranta e, quando arrivò a casa, il corridoio era già in ombra. Passando davanti alla stanza vide la porta aperta ed entrò quasi senza pensarci.
La finestra era chiusa e il pothos raccoglieva sul davanzale l’ultima luce della giornata. Arturo infilò un dito nella terra: era ancora umida, quindi non aggiunse acqua. Si limitò a girare il vaso di qualche centimetro verso il vetro, poi uscì lasciando aperta la porta.
La mattina seguente, prima di preparare il caffè, aprì la finestra.
Lasciato da Valerio Villari nella Stanza dei Racconti brevi e custodito nel Baule dell’Amore.
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