Essere utili agli altri ci aiuta a riconoscere il posto che occupiamo. La domanda diventa più difficile quando nessuno ci chiede niente e dobbiamo capire quanto del nostro valore abbiamo affidato alle funzioni che svolgiamo.
Ci sono giornate in cui basta poco per sapere quale posto occupiamo. Qualcuno ci telefona perché non riesce a fare una cosa, un collega aspetta una risposta che possiamo dargli soltanto noi, in casa c’è qualcosa da sistemare, un amico vuole un consiglio. Sono situazioni diverse, spesso banali, ma hanno qualcosa in comune: per un momento esiste una necessità alla quale possiamo rispondere e qualcuno conta sulla nostra presenza. Anche quando quella richiesta comporta fatica o interrompe ciò che stavamo facendo, contiene una piccola certezza che raramente abbiamo bisogno di formulare: in quel punto preciso del mondo serviamo a qualcosa.
Più difficile è capire cosa accade quando nessuno ci chiede niente.
Quando nessuno ha bisogno di noi
Una giornata completamente libera dovrebbe essere una promessa. Nessun impegno, nessuna telefonata urgente, nessuno che aspetta qualcosa da noi: finalmente possiamo fare ciò che vogliamo oppure, più semplicemente, non fare nulla. Eppure non sempre quella libertà produce sollievo. Qualche volta guardiamo l’ora più spesso del necessario, cerchiamo qualcosa da sistemare, controlliamo se è arrivato un messaggio o ricordiamo improvvisamente una piccola incombenza che avremmo potuto tranquillamente rimandare al giorno successivo.
Non è necessariamente noia. Può esserci qualcosa di più sottile nella difficoltà di attraversare un tempo nel quale nessuno sembra avere bisogno di noi, perché siamo abituati a pensare all’utilità come a una qualità delle cose e, senza accorgercene, finiamo talvolta per applicare lo stesso criterio anche alle persone. Un oggetto è utile se svolge una funzione, uno strumento viene costruito perché produca un risultato; una persona, naturalmente, non dovrebbe avere bisogno di una funzione per giustificare la propria presenza. Eppure una parte importante della nostra identità viene costruita proprio attraverso ciò che facciamo per gli altri.
Lavoriamo, organizziamo, aggiustiamo, accompagniamo, consigliamo, proteggiamo, insegniamo, risolviamo problemi. All’inizio sono soltanto azioni, compiti o responsabilità; con il tempo, però, possono diventare anche il modo attraverso il quale impariamo a riconoscerci. È allora che il confine si fa meno evidente e non ci basta più fare qualcosa di utile: cominciamo ad avere bisogno di sentirci utili.
Il posto che occupiamo
Essere utili agli altri ci restituisce qualcosa che va oltre la gratitudine, perché ci permette di capire quale posto occupiamo nella relazione con loro. Se qualcuno viene da noi per un consiglio, siamo la persona della quale si fida; se ci affida un problema, siamo quella che considera capace di affrontarlo; se aspetta il nostro lavoro, riconosce una nostra competenza. Ogni richiesta contiene così, anche senza volerlo, una piccola definizione di noi.
Forse è anche per questo che il lavoro finisce tanto facilmente per confondersi con l’identità personale. Alla domanda «che cosa fai?» rispondiamo quasi sempre indicando una professione, come se raccontare il modo in cui guadagniamo da vivere fosse sufficiente a spiegare una parte essenziale di ciò che siamo. Non è soltanto un’abitudine linguistica: il lavoro organizza il tempo, stabilisce relazioni, assegna responsabilità e soprattutto produce continuamente prove della nostra utilità. Qualcuno aspetta ciò che facciamo, qualcosa dipende dalle nostre competenze, alla fine della giornata esiste un risultato che prima non c’era.
Fuori dal lavoro accade qualcosa di molto simile. In una famiglia c’è chi diventa quello che risolve i problemi pratici, chi ascolta tutti, chi organizza, chi si prende cura degli altri, chi mantiene vivi i rapporti o interviene quando qualcosa va storto. Nessuno ha necessariamente assegnato quei ruoli e spesso non ricordiamo neppure quando abbiamo cominciato a svolgerli. Semplicemente, a forza di ripeterli, finiscono per aderire alla nostra identità fino al punto in cui diventa difficile distinguere ciò che facciamo da ciò che crediamo di essere.
Ed è proprio per questo che perdere una funzione può fare molto più male di quanto avremmo immaginato.
Quando una funzione scompare
Una persona va in pensione dopo aver lavorato per quarant’anni. Un figlio diventa adulto e non ha più bisogno dello stesso tipo di cura. Un rapporto finisce, un lavoro cambia, oppure qualcuno che per anni ci ha telefonato davanti a qualsiasi problema comincia semplicemente a cavarsela da solo. In nessuno di questi casi abbiamo necessariamente perso le nostre capacità, l’affetto degli altri o il valore che avevamo il giorno precedente. Eppure qualcosa può sembrare improvvisamente fuori posto.
Ciò che è scomparso è una funzione, e insieme a quella funzione viene meno una delle risposte più semplici alla domanda su quale posto occupiamo. Per anni qualcuno o qualcosa ce lo ha ricordato continuamente attraverso richieste, responsabilità, appuntamenti e problemi da risolvere; quando tutto questo diminuisce, non perdiamo soltanto un’abitudine o un ruolo sociale, ma dobbiamo imparare nuovamente a riconoscerci quando non siamo più necessari nello stesso modo.
Possiamo sapere perfettamente, almeno in teoria, che il nostro valore non dipende da ciò che facciamo. Sentirlo davvero è più complicato, perché essere necessari offre una prova immediata e facilmente comprensibile: se qualcuno ci cerca, significa che contiamo; se qualcuno ha bisogno di noi, sappiamo quale posto occupiamo. Quando quella prova scompare dobbiamo sostituirla con qualcosa di meno visibile, che non arriva attraverso una telefonata, uno stipendio, un ringraziamento o una richiesta d’aiuto.
Essere utili non significa essere indispensabili
Esiste poi una differenza apparentemente piccola, ma decisiva, tra desiderare di essere utili e desiderare di essere indispensabili. Nel primo caso mettiamo a disposizione qualcosa che possediamo, tempo, esperienza, attenzione, competenza, presenza, e accettiamo che possa servire all’altro per il tempo necessario. Nel secondo, invece, una parte di noi ha bisogno che quella necessità continui a esistere, perché insieme alla dipendenza dell’altro conserva anche il ruolo che abbiamo costruito accanto a lui.
La differenza diventa particolarmente evidente quando qualcuno comincia a fare da solo. Se abbiamo insegnato qualcosa a una persona, il momento in cui non avrà più bisogno del nostro aiuto dovrebbe rappresentare il risultato migliore possibile; se abbiamo accompagnato un figlio verso l’autonomia, dovremmo essere felici quando quell’autonomia finalmente arriva. E probabilmente lo siamo. Questo non impedisce, però, che insieme alla soddisfazione possa comparire una sensazione meno facile da confessare: la scoperta che adesso serviamo un po’ meno.
Non significa desiderare che l’altro fallisca o torni a dipendere da noi. Significa soltanto riconoscere una contraddizione molto umana: possiamo volere sinceramente l’autonomia delle persone alle quali teniamo e, nello stesso tempo, dover imparare ad accettare ciò che quella autonomia cambia anche nella nostra vita. Non perdiamo necessariamente una relazione, ma perdiamo una delle forme attraverso le quali quella relazione ci aveva insegnato a riconoscerci.
Il valore senza una funzione
Forse questa è anche una delle ragioni per cui può essere tanto difficile non fare niente. Quando produciamo, aiutiamo, risolviamo o ci prendiamo cura di qualcuno possediamo criteri visibili con cui misurare la nostra presenza: abbiamo concluso un lavoro, risolto un problema, ricevuto un ringraziamento oppure lasciato qualcosa in condizioni migliori di come l’avevamo trovato. Sono risultati concreti e rassicuranti, perché trasformano il nostro passaggio in una conseguenza osservabile.
Esistono però momenti nei quali non produciamo niente, non risolviamo niente e nessuno ha bisogno di noi. In quei momenti rimaniamo semplicemente con noi stessi, senza il conforto di una funzione da svolgere, e siamo costretti a separare due domande che spesso abbiamo tenuto insieme per anni: che cosa posso fare e quanto valgo.
La prima può avere mille risposte e cambiare continuamente nel corso della vita. Possiamo perdere una capacità e acquisirne un’altra, smettere un lavoro, cambiare ruolo, non essere più necessari a una persona e diventarlo per qualcun’altra. La seconda domanda, invece, non dovrebbe dipendere da nessuna di queste trasformazioni. Eppure comprendere davvero questa differenza richiede qualcosa che nessun incarico e nessuna persona che abbia bisogno di noi può fare al nostro posto: imparare a riconoscere la nostra presenza anche quando non produce immediatamente un risultato.
Quando non serve che serviamo
Sentirsi utili non è un bisogno da eliminare. È uno dei modi attraverso i quali partecipiamo alla vita degli altri, trasformiamo le nostre capacità in qualcosa che può essere condiviso e scopriamo che la nostra presenza produce conseguenze oltre i confini della nostra esperienza individuale. C’è una soddisfazione autentica nel sapere di avere contribuito, aiutato o costruito qualcosa, e non ci sarebbe nulla da guadagnare nel fingere che quella soddisfazione non esista.
Il problema comincia quando l’utilità diventa l’unica misura disponibile e abbiamo bisogno di una richiesta per sentirci importanti, di un problema per sentirci capaci o della dipendenza di qualcuno per sapere quale posto occupiamo. Prima o poi, infatti, arriveranno inevitabilmente momenti nei quali nessuno avrà bisogno di noi nello stesso modo di prima. Il lavoro cambierà, le persone diventeranno autonome, alcune relazioni finiranno e altre assumeranno forme differenti; perfino le capacità sulle quali abbiamo costruito una parte della nostra identità potrebbero non servirci più.
Forse proprio in quei momenti diventa possibile scoprire qualcosa che, durante le giornate piene di compiti e responsabilità, rimane facilmente nascosto. Possiamo essere utili senza dover diventare indispensabili e possiamo avere un posto anche quando nessuno ce lo assegna attraverso una necessità.
Soprattutto, possiamo continuare ad avere valore anche nei momenti in cui, semplicemente, non serviamo a niente.
Questo Studio è stato lasciato nello Studio e custodito nel Baule Crisi del sé, dove identità, ruoli e immagini di noi stessi vengono osservati proprio nei punti in cui smettono di coincidere.
La stessa Risonanza attraversa Dove finiscono i contorni, dove l’identità cambia mentre proviamo ancora a definirla, e Fare spazio al resto, dove la coerenza con l’immagine costruita di noi può diventare una forma di immobilità.
Nel Baule Crisi del sé, ogni testo osserva una diversa incrinatura tra ciò che facciamo, ciò che mostriamo e ciò che continuiamo a essere quando una definizione non basta più.