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Come scrivere i propri ricordi: dalla memoria al racconto

31 Agosto 2026 · Valerio Villari
Scatola di ricordi con vecchie fotografie, lettere e oggetti del passato

Scrivere i propri ricordi non significa ricostruire tutta la propria vita né ricordare ogni cosa con precisione. A volte basta una stanza, un oggetto, una frase rimasta senza motivo nella memoria. Il difficile non è avere abbastanza ricordi, ma scegliere da quale cominciare.

Quando pensiamo di scrivere i nostri ricordi, la prima difficoltà nasce spesso dalla dimensione stessa del compito. Una vita contiene migliaia di giorni, persone che sono entrate e uscite, case abitate, lavori, viaggi, abitudini, incontri e separazioni. Alcuni periodi sembrano ancora vicinissimi, altri sono diventati confusi; di certe giornate ricordiamo particolari apparentemente insignificanti e di interi anni quasi nulla. Se proviamo a mettere ordine in tutto questo prima ancora di cominciare, è facile rimanere davanti alla pagina senza sapere quale sia la prima frase.

Forse il problema è proprio nella domanda. “Come posso raccontare la mia vita?” è una domanda enorme. “Qual è una scena che ricordo ancora?” è molto più piccola e, proprio per questo, può diventare l’inizio di qualcosa.

Non occorre partire dalla nascita, dall’infanzia o da un momento che consideriamo particolarmente importante. La memoria raramente segue la cronologia. Può riportarci improvvisamente a una cucina nella quale non entriamo da quarant’anni, al rumore di una porta, a una frase pronunciata da qualcuno che non c’è più. Possiamo cominciare da lì.

Partire da una scena, non da una vita

“Voglio raccontare la mia infanzia” non è ancora un punto da cui scrivere. Dentro l’infanzia ci sono troppi anni, troppe persone e troppe cose. È un territorio, non una scena.

Possiamo allora restringere lo sguardo. Invece dell’infanzia, una domenica mattina. Invece di raccontare nostro nonno, il pomeriggio in cui ci insegnò a fare qualcosa. Invece degli anni trascorsi in una determinata casa, il giorno in cui la lasciammo per l’ultima volta.

Una scena ci offre immediatamente dei confini. C’è un luogo, ci sono alcune persone, qualcosa sta accadendo. Non dobbiamo ancora sapere perché quel momento sia importante né quale significato assumerà nel testo. Possiamo semplicemente provare a tornarci.

È utile, in questa fase, non pretendere subito di scrivere bene. Possiamo annotare ciò che emerge: dove eravamo, chi c’era, che cosa stava succedendo, quale particolare vediamo ancora con maggiore chiarezza. Forse ricordiamo il tavolo ma non il colore delle pareti; una voce ma non le parole precise; il cappotto di una persona ma non il motivo per cui fosse venuta a trovarci.

Non è un difetto del ricordo. Quella distribuzione irregolare dei dettagli è già parte della memoria.

Quando scriviamo della nostra vita siamo spesso tentati di considerare importanti soltanto i grandi avvenimenti: una nascita, una morte, un matrimonio, una separazione, un trasferimento. Ma la memoria non rispetta necessariamente questa gerarchia. Può conservare per decenni il gesto con cui qualcuno piegava un giornale e lasciare quasi scomparire una giornata che, sulla carta, avrebbe dovuto essere molto più importante.

Per questo un ricordo apparentemente piccolo può contenere molto più di quanto sembri. Non dobbiamo decidere in anticipo quali episodi meritino di essere raccontati. Possiamo cominciare da quelli che, per qualche ragione, continuano a tornare.

Come recuperare ricordi attraverso luoghi, fotografie e oggetti

Non sempre un ricordo arriva spontaneamente. A volte sappiamo di voler scrivere di un periodo o di una persona, ma ciò che ricordiamo rimane generico. Sappiamo che una casa era importante, per esempio, ma quando proviamo a descriverla vediamo soltanto una specie di fotografia sfocata.

In questi casi può essere utile cercare un appiglio concreto.

Una vecchia fotografia può riportare alla memoria ciò che esisteva appena fuori dall’inquadratura. Una lettera può restituirci il modo in cui una persona usava certe parole. Un oggetto conservato in un cassetto può farci ricordare dove si trovava prima di arrivare lì. Anche tornare in un luogo, ascoltare una musica o rileggere un vecchio messaggio può aprire improvvisamente una strada che credevamo chiusa.

È qualcosa che accade anche quando torniamo nei luoghi del passato: non incontriamo semplicemente lo spazio che avevamo lasciato, ma la distanza fra ciò che quel luogo è diventato e ciò che continuiamo a conservarne. Una strada può essere completamente diversa e tuttavia restituirci il punto esatto nel quale aspettavamo qualcuno.

Questi oggetti e questi luoghi non servono necessariamente a dimostrare che il nostro ricordo è corretto. Sono piuttosto delle soglie. Ci aiutano a raggiungere qualcosa che non stavamo cercando direttamente.

Una fotografia di famiglia, per esempio, mostra le persone ferme nell’istante dello scatto. Ma osservandola potremmo ricordare chi non voleva essere fotografato, la discussione avvenuta poco prima, la macchina con cui eravamo arrivati, qualcuno che quel giorno era assente. Il ricordo interessante potrebbe trovarsi proprio fuori dalla fotografia.

Lo stesso può succedere quando rileggiamo vecchi messaggi. Crediamo di cercare una conversazione e finiamo per incontrare il modo in cui parlavamo, ciò che allora ci preoccupava, perfino una versione di noi stessi che avevamo smesso di ricordare.

Quando uno di questi frammenti emerge, conviene fermarlo. Non dobbiamo ancora trasformarlo in letteratura. Possiamo annotarlo così com’è, prima che scompaia nuovamente.

Scrivere quello che ricordiamo senza inventare ciò che manca

Arrivati davanti alla pagina può nascere un’altra difficoltà: vorremmo essere precisi.

Che giorno era? Che tempo faceva? Quali parole furono pronunciate? Chi era seduto alla nostra destra? Avevamo già conosciuto quella persona oppure la incontrammo proprio allora?

A volte lo ricordiamo. Molte altre volte no.

La tentazione è colmare i vuoti con ciò che sembra plausibile. Se ricordiamo una mattina d’inverno, possiamo facilmente immaginarla grigia; se nostro padre beveva sempre il caffè in una determinata tazza, possiamo mettergliela in mano anche nella scena che stiamo raccontando. Il risultato può essere credibile, ma non è più necessariamente un ricordo.

Non significa che la scrittura autobiografica debba trasformarsi in una deposizione giudiziaria. La memoria è già, per sua natura, incompleta e mutevole. Proprio per questo può essere utile distinguere ciò che ricordiamo da ciò che supponiamo.

Possiamo scrivere: “Non ricordo che cosa mi rispose”. Oppure: “Credo fosse inverno, ma potrei confondermi con un’altra volta”. Possiamo perfino accorgerci che due ricordi si sono sovrapposti e non sapere più quale sia venuto prima.

Queste incertezze non indeboliscono necessariamente il testo. Possono renderlo più onesto.

Dire “non ricordo” significa riconoscere che anche il vuoto appartiene alla memoria. Ci sono persone delle quali abbiamo dimenticato la voce ma ricordiamo perfettamente le mani; case delle quali non sapremmo più disegnare la pianta e nelle quali sapremmo ancora trovare al buio l’interruttore del corridoio.

E non tutto ciò che ricordiamo passa necessariamente attraverso un’immagine o un pensiero consapevole. A volte è un gesto, una postura o una sensazione a precedere il ricordo: è il territorio che avevamo attraversato anche ne Il corpo ricorda ciò che la mente dimentica, dove memoria fisica e memoria consapevole non coincidono sempre.

Scrivere i propri ricordi significa anche accettare questa geografia irregolare.

Come trasformare un ricordo in un racconto

A questo punto possiamo avere davanti alcune pagine piene di immagini, gesti, persone e dettagli. Abbiamo recuperato un ricordo, ma non necessariamente abbiamo ancora costruito un racconto.

La differenza sta nella scelta.

Un ricordo può espandersi in molte direzioni. Se raccontiamo una cena avvenuta trent’anni fa potremmo spiegare chi fossero tutte le persone presenti, come le avevamo conosciute, che cosa accadde loro negli anni successivi, perché abitavamo in quella città e che cosa sarebbe successo il giorno dopo. Tutto può essere vero e tutto può essere interessante. Ma non tutto serve alla stessa storia.

Conviene allora tornare a una domanda molto semplice: perché sto raccontando proprio questo episodio?

La risposta non deve necessariamente essere formulata nel testo. Serve prima di tutto a chi scrive. Forse quella cena è l’ultima volta in cui abbiamo visto una persona. Forse allora non accadde apparentemente nulla, ma oggi riconosciamo in una frase pronunciata quella sera qualcosa che avremmo compreso soltanto anni dopo. Forse ricordiamo quel momento perché rappresenta un mondo che nel frattempo è scomparso.

Quando individuiamo questo centro, possiamo scegliere.

Alcune informazioni entreranno nel racconto perché lo rendono comprensibile; altre perché fanno vivere la scena; altre ancora perché assumono un significato che il lettore comprenderà soltanto più avanti. Molto altro resterà fuori.

Non stiamo falsificando il passato. Stiamo dandogli una forma narrativa.

È la stessa operazione che compiamo quando raccontiamo oralmente un episodio a qualcuno. Non elenchiamo tutto ciò che è accaduto durante quella giornata: selezioniamo inconsapevolmente alcuni momenti, saltiamo ore intere, rallentiamo su una frase. La scrittura rende questa selezione più consapevole.

E qui questo percorso incontra naturalmente quello che abbiamo visto parlando di come scrivere un racconto breve: anche quando il materiale nasce dalla nostra vita, costruire un racconto significa decidere che cosa mostrare e che cosa lasciare fuori. La differenza è che, questa volta, la materia sulla quale lavoriamo appartiene alla nostra memoria.

La persona che ricorda non è più quella che ha vissuto

C’è qualcosa che rende la scrittura dei ricordi diversa dal semplice recupero del passato: chi racconta conosce ciò che accadde dopo.

Un bambino può vedere sua madre chiudere una valigia senza comprenderne il significato. L’adulto che ricorda quella scena sa forse che quella valigia precedeva una separazione. Le due prospettive convivono nella stessa pagina: quella di chi era presente allora e quella di chi scrive oggi.

Questa distanza può diventare una delle parti più profonde della scrittura autobiografica.

Non dobbiamo necessariamente spiegare continuamente ciò che abbiamo capito nel corso degli anni. Se trasformiamo ogni scena in una lezione sul passato rischiamo di soffocarla. Ma possiamo lasciare che lo sguardo presente entri quando aggiunge qualcosa che allora non potevamo vedere.

A volte basta una frase: “Non sapevo che quella sarebbe stata l’ultima estate.”

Oppure possiamo scegliere di non anticipare nulla e restare completamente dentro la percezione che avevamo allora. Anche questa è una decisione narrativa.

L’importante è accorgerci che il passato non viene scritto dal passato. Viene scritto nel presente.

Per questo lo stesso episodio può assumere significati diversi a venti, quaranta o settant’anni. Non perché i fatti siano necessariamente cambiati, ma perché siamo cambiati noi. È anche per questo che alcune trasformazioni riusciamo a vederle soltanto dopo, quando la distanza ci permette di riconoscere qualcosa che, mentre accadeva, non aveva ancora un nome.

Scrivere un ricordo significa inevitabilmente mettere in relazione almeno due tempi: quello in cui qualcosa è accaduto e quello in cui proviamo a raccontarlo.

Scrivere un ricordo non significa doverlo pubblicare

C’è infine una distinzione che vale la pena fare prima ancora di pensare alla forma definitiva del testo: scrivere un ricordo e pubblicarlo non sono la stessa cosa.

Possiamo scrivere qualcosa soltanto per noi. Possiamo conservarlo per i nostri figli, inserirlo in un archivio familiare, trasformarlo in un racconto, utilizzarlo molti anni dopo oppure decidere che nessuno lo leggerà mai.

Questa libertà cambia anche il modo in cui scriviamo.

Se pensiamo immediatamente a un lettore, possiamo cominciare a censurare ciò che ricordiamo, a renderlo più elegante o più coerente, a preoccuparci delle persone coinvolte. In una prima stesura può essere più utile separare i due problemi. Prima proviamo a capire che cosa vogliamo raccontare; soltanto dopo decidiamo che cosa farne.

Naturalmente, quando nel testo entrano altre persone, la pubblicazione apre questioni diverse. Un ricordo appartiene a chi lo conserva, ma gli avvenimenti possono appartenere anche alla vita degli altri. Nomi, dettagli intimi e vicende private richiedono una valutazione che non riguarda più soltanto la scrittura.

Non dobbiamo però risolvere tutto prima della prima frase.

Un quaderno può essere un luogo privato. Un file può rimanere chiuso per anni. Anche una pagina che non verrà mai mostrata a nessuno può avere svolto il proprio compito.

Ciò che del passato continua a essere presente

Quando cominciamo a scrivere i nostri ricordi possiamo scoprire qualcosa di inatteso: ciò che sembrava perduto non ritorna necessariamente nella forma che avevamo immaginato.

Cerchiamo una persona e ricordiamo una stanza. Cerchiamo una casa e ritorna una voce. Partiamo da una fotografia e finiamo per scrivere di qualcuno che nella fotografia non compare.

Non è un errore del metodo. È parte del modo in cui ricordiamo.

Per questo non occorre aspettare di avere una vita straordinaria, una memoria perfetta o un progetto autobiografico completo. Possiamo cominciare da una scena qualsiasi che continui, inspiegabilmente, a bussare.

Scriverla non significa fissarla per sempre né stabilire una versione definitiva di ciò che è accaduto. Significa guardarla abbastanza a lungo da darle una forma.

Scrivere i propri ricordi non significa ricostruire perfettamente il passato. Significa dare una forma a ciò che del passato continua a essere presente.

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