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Stanza dei Frammenti

Ci sono cose che restano

21 Aprile 2026 · Valerio Villari
Custodito nel Baule:
Una presenza senza volto, memoria che affiora solo come luce, come traccia. Cose che restano senza fare rumore.

Ci sono cose che restano anche quando crediamo di averle perdute.

Non fanno rumore, non chiedono spazio, non si presentano con il volto delle grandi svolte. Restano in un gesto non concluso, in una frase che avremmo voluto dire e che invece è rimasta sospesa, in una presenza che non sappiamo più chiamare ma che continua a vivere da qualche parte, sotto la pelle.

Forse la vita è fatta soprattutto di questo: di ciò che non si vede più ma continua a lavorare dentro. Le persone, i luoghi, le parole, persino gli errori. Tutto lascia una traccia, e la traccia spesso resiste più a lungo della cosa stessa.

A volte mi sembra che scrivere serva proprio a questo: a dare forma a ciò che altrimenti resterebbe muto, a raccogliere i frammenti prima che il tempo li confonda. Non per salvarli, ma per riconoscerli.

Perché ci sono perdite che non passano.
Diventano paesaggio.
Diventano voce.
Diventano il modo in cui guardiamo il mondo.

E forse non è poco.
Forse è già tutto.

A me stesso, in una data qualsiasi

0 commenti su “Ci sono cose che restano”

  1. Secondo me per realizzare il reale silenzio interiore è necessario desertificare tutto se stesso. La libertà credo sia una dimensione depersonalizzata. Per questo fondamentalmente spaventa e la persona preferisce schiavizzarsi con una dominazione che proviene da altri o da ciò che costruisce o preda per dominare gli altri, restando schiavo della sua scelta. Ciò che resta non dovrebbe continuare, ma desertificare come un risolversi ed andare oltre. È molto difficile ed impegnativo un tale percorso anche perchè, in genere, lo si comprende quando forse è già troppo tardi per realizzarlo…
    Per desertificare intendo plasmare se stesso, inteso come entità psicospirituale in evoluzione.

    1. laparolanascosta

      Ti ringrazio per questo commento, che sento molto intenso e meditato.
      Mi colpisce l’idea di una “desertificazione” come passaggio necessario, come sottrazione e spoliazione dell’io per arrivare a una forma più essenziale di libertà.

      Nel testo che ho scritto, però, mi interessava anche un’altra dimensione: non solo ciò che va oltre, ma ciò che resta come traccia, come eco, come presenza che non si lascia cancellare del tutto.
      Forse tra queste due visioni c’è una tensione feconda: da un lato il bisogno di svuotarsi, dall’altro la difficoltà di rinunciare a ciò che ci ha segnati.

      In fondo, anche il silenzio interiore non è sempre un vuoto assoluto: a volte è una soglia, un luogo in cui ciò che siamo stati smette di gridare, ma continua a trasformarsi.

      Grazie ancora per aver condiviso questo pensiero.

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