Caro me,
ho smesso di credere che il dolore basti a spiegarmi. Per molto tempo mi è sembrato il linguaggio più fedele, quello che non mente, quello che rimane anche quando tutto il resto vacilla. Eppure una lingua non è tutta la verità di una vita. Ci sono giorni che non chiedono resistenza, ma ascolto. Ci sono silenzi che non feriscono, ma custodiscono. Ci sono presenze che non fanno rumore eppure tengono insieme ciò che siamo.
Forse è stato proprio questo il mio errore: aver confuso la forza con la sopportazione, la profondità con la ferita, la verità con la sola parte che bruciava. Ma non siamo fatti soltanto di ciò che ci manca o ci consuma. Siamo anche delle pause, delle attese, dei passaggi quasi invisibili in cui qualcosa dentro di noi continua a trasformarsi senza clamore.
Oggi provo a guardarmi senza difese. Non per assolvermi, non per correggermi, ma per riconoscere che esisto anche altrove, non solo nel dolore. Esisto nelle tregue brevi, nelle ore in cui il respiro si fa più quieto, nei pensieri che non chiedono spiegazione. Esisto in ciò che resta quando smetto di combattere contro me stesso.
Non so se questa sia pace. Forse è solo l’inizio di un modo diverso di stare al mondo. Ma mi basta sapere che non tutto ciò che mi abita chiede di ferire. Alcune cose chiedono soltanto di essere viste.
E allora provo a restare.
A restare senza stringere troppo.
A restare senza chiamare casa ogni ferita.
A restare dove la vita, piano, ricomincia.
A me stesso, in una data qualsiasi