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Come tornare a leggere: ritrovare il piacere dei libri senza trasformarlo in un dovere

31 Agosto 2026 · Valerio Villari
Libro aperto in un angolo di lettura accogliente con altri libri e una tazza

Riprendere a leggere non significa recuperare il numero di libri che leggevamo un tempo. Significa trovare nuovamente un libro capace di trattenerci, anche soltanto per poche pagine, e scoprire quale spazio può avere la lettura nella vita che conduciamo oggi.


Ci sono libri che restano per settimane sul comodino senza che accada nulla. Li abbiamo scelti noi, magari li desideravamo davvero, eppure ogni sera arriviamo alla stessa pagina: leggiamo qualche riga, perdiamo il filo, torniamo indietro e, dopo pochi minuti, la mano cerca il telefono oppure la stanchezza prende il sopravvento. A un certo punto il libro si chiude e rimane lì, mentre noi cominciamo a domandarci che cosa sia successo a un’abitudine che un tempo sembrava naturale.

La sensazione può essere particolarmente strana per chi, in passato, leggeva molto, perché non è soltanto la constatazione di avere perso un’abitudine: sembra quasi di non riconoscersi più. Se un tempo potevamo trascorrere un pomeriggio dentro un romanzo, perché adesso venti pagine sembrano richiedere uno sforzo?

Quando ci chiediamo come riprendere a leggere, spesso partiamo proprio da questo confronto. Guardiamo il lettore che siamo oggi attraverso il ricordo di quello che eravamo e cerchiamo un modo per tornare indietro; forse, però, il primo passo è esattamente l’opposto: smettere di pretendere quel ritorno.

Non devi tornare a essere il lettore che eri

Le nostre abitudini cambiano perché cambia la vita intorno a loro: cambiano gli orari, il lavoro, le responsabilità, le persone con cui viviamo e il modo in cui occupiamo i momenti vuoti. Cambiano persino le forme attraverso cui leggiamo, perché durante una giornata possiamo attraversare decine di messaggi, articoli, notifiche e pagine web senza avere aperto un solo libro.

Per questo può essere ingannevole confrontare la nostra capacità di leggere di oggi con quella di dieci o vent’anni fa. Non stiamo semplicemente cercando di recuperare un’attività che abbiamo smesso di praticare, ma di inserirla in una vita che, nel frattempo, è diventata diversa. Il problema nasce quando trasformiamo il passato in una misura e cominciamo a ripeterci che prima leggevamo un libro alla settimana, riuscivamo a concentrarci per ore oppure divoravamo romanzi. Sono ricordi, non obiettivi, e riprendere a leggere non significa ricostruire esattamente quelle condizioni, bensì scoprire quali condizioni rendano possibile la lettura adesso.

Se non riesci più a leggere, non cominciare dalla quantità

Una delle reazioni più immediate quando ci accorgiamo di avere perso l’abitudine alla lettura è stabilire una regola: venti pagine ogni sera, mezz’ora al giorno, un certo numero di libri durante l’anno. Per qualcuno può funzionare, naturalmente, ma può anche produrre un effetto curioso, perché il libro finisce nella stessa categoria delle attività che dobbiamo ricordarci di svolgere.

Abbiamo così una quota da raggiungere, una serie di giorni consecutivi da non interrompere e magari un’applicazione che registra i nostri progressi; la lettura, che stavamo cercando di recuperare come spazio personale, diventa una piccola prestazione. Non è necessario impostarla in questo modo: se dopo dieci minuti l’attenzione comincia a disperdersi, quei dieci minuti sono già lettura, e se una sera leggiamo tre pagine e quella successiva trenta non abbiamo fallito nessun programma. Non esiste una quantità minima oltre la quale un lettore diventa nuovamente un lettore.

La continuità può arrivare in seguito, quando avremo ritrovato una ragione per aprire il libro; cercare di imporla prima rischia invece di farci percepire la lettura come un altro compito da completare.

Il primo libro non deve essere importante: deve trattenerti

Quando decidiamo di ricominciare a leggere, c’è una tentazione abbastanza comprensibile: scegliere finalmente uno dei libri che pensiamo di dover leggere, magari quel grande romanzo rimandato per anni, il classico che tutti sembrano conoscere oppure il saggio importante comprato con ottime intenzioni e lasciato intatto sulla libreria. Potrebbe perfino essere il libro giusto, ma non perché è importante: all’inizio serve soprattutto qualcosa capace di produrre un gesto molto semplice, farci voltare pagina.

Può essere un romanzo breve, un giallo, un racconto, un’autobiografia, fantascienza, una storia già conosciuta oppure un autore che in passato ci aveva coinvolti. Non c’è alcuna gerarchia da rispettare e, se stiamo cercando di ricostruire il rapporto con la lettura, il valore del primo libro consiste soprattutto nella capacità di creare continuità.

È anche uno dei motivi per cui i racconti possono essere particolarmente adatti. Una storia breve non richiede necessariamente una frequentazione lunga prima di restituire qualcosa al lettore: può essere attraversata in uno spazio limitato e lasciarci immediatamente con la sensazione di avere vissuto un’esperienza completa. È una caratteristica che riguarda anche la costruzione narrativa: parlando di come scrivere un racconto breve abbiamo visto quanto la scelta di un centro, di un tempo e di uno spazio delimitati possa dare a poche pagine la consistenza di una storia intera.

Puoi anche rileggere qualcosa che conosci

C’è un’altra possibilità che spesso trascuriamo perché sembra quasi non contare: rileggere. Siamo abituati a pensare alla lettura come a un movimento in avanti, fatto di nuovi titoli, nuovi autori e nuovi libri da aggiungere a quelli già letti, così tornare su una storia conosciuta può sembrarci tempo sottratto alla scoperta.

Eppure, quando abbiamo perso familiarità con la lettura lunga, conoscere già il territorio può essere un vantaggio. Non dobbiamo dimostrare niente al libro e il libro non deve conquistarci da zero; possiamo semplicemente verificare che cosa sia rimasto della prima lettura e che cosa, invece, sia cambiato insieme a noi.

La rilettura ha qualcosa in comune con il modo in cui torniamo nei luoghi del passato o recuperiamo vecchie conversazioni: ciò che incontriamo è apparentemente lo stesso, ma chi lo osserva non lo è più. È una distanza molto simile a quella che emerge quando proviamo a scrivere i nostri ricordi, perché anche in quel caso il passato viene attraversato da una persona che, nel frattempo, è cambiata. Per questo un libro amato molti anni prima può essere un buon posto da cui ripartire: non ci riporta necessariamente al lettore che eravamo, ma può mostrarci il lettore che siamo diventati.

Abbandonare un libro non significa avere abbandonato la lettura

Un libro iniziato e non terminato può diventare sorprendentemente pesante. Rimane sul comodino come una piccola questione irrisolta: ogni tanto proviamo nuovamente ad aprirlo, procediamo per qualche pagina e ci fermiamo, mentre nel frattempo evitiamo di iniziarne un altro perché, in qualche modo, quello dovrebbe venire prima. È uno dei modi più efficaci per smettere di leggere continuando a possedere un libro aperto.

Possiamo invece lasciarlo senza trasformare questa scelta in un giudizio definitivo. Non tutti i libri incontrano tutti i lettori e, soprattutto, non li incontrano in qualsiasi momento: un romanzo che oggi ci respinge potrebbe diventare importante fra cinque anni, oppure potrebbe non piacerci mai, e entrambe le possibilità sono perfettamente compatibili con la lettura.

Abbandonare un libro che non ci sta dando nulla non equivale a dichiararlo brutto e nemmeno a riconoscere una nostra incapacità; significa soltanto interrompere un incontro che, in quel momento, non sta funzionando. Quando stiamo cercando di ritrovare la voglia di leggere, questa libertà è ancora più importante, perché non ha molto senso ricostruire un’abitudine attraverso qualcosa che desideriamo continuamente evitare.

Il problema della concentrazione esiste, ma non è una colpa dello smartphone

È difficile parlare del blocco del lettore senza arrivare prima o poi al telefono, perché il confronto è inevitabile. Un libro richiede di rimanere per un certo tempo dentro la stessa cosa, mentre gran parte di ciò che facciamo su uno schermo ci abitua a passare rapidamente da un contenuto all’altro: una notifica interrompe un articolo, un messaggio interrompe un video e un collegamento ne apre un altro.

Sarebbe però troppo semplice concludere che abbiamo smesso di leggere perché lo smartphone ci ha rovinato la concentrazione. Il telefono compete con il libro perché offre moltissime esperienze immediate in un unico oggetto e, inoltre, è già nelle nostre mani: non dobbiamo decidere di prenderlo, scegliere dove sederci o ricordarci dove lo avevamo lasciato.

Possiamo quindi modificare leggermente le condizioni senza trasformare tutto in una guerra alla tecnologia. Lasciare il telefono in un’altra stanza mentre leggiamo può essere utile, ma non perché dobbiamo purificarci dalle distrazioni; semplicemente eliminiamo per qualche minuto una possibilità alternativa che richiede meno sforzo. La concentrazione, del resto, non deve necessariamente precedere la lettura: può essere la lettura stessa a ricostruirla gradualmente.

Cerca uno spazio possibile, non quello perfetto

L’immagine tradizionale del lettore ha spesso qualcosa di cerimoniale: una poltrona, una lampada, il silenzio, una tazza accanto al libro e finalmente un’ora libera. Il problema è che, per molte persone, quell’ora non arriva quasi mai e, se aspettiamo che tutte le condizioni siano perfette, la lettura rischia di rimanere una delle cose che faremo quando avremo tempo.

Possiamo invece cercare gli spazi che esistono già: un viaggio in treno, venti minuti prima di dormire, una sala d’attesa, il tempo trascorso da soli durante la pausa pranzo oppure una domenica mattina in cui non abbiamo programmi. Non devono diventare appuntamenti obbligatori; sono semplicemente occasioni nelle quali il libro può tornare a essere una delle possibilità disponibili.

Anche tenerlo visibile aiuta più di quanto sembri. Un libro chiuso dentro una libreria deve essere ricordato, mentre uno appoggiato accanto al posto in cui ci sediamo abitualmente può essere preso senza che sia necessario formulare prima l’intenzione di leggere. Le abitudini, spesso, cominciano da gesti molto più piccoli delle decisioni con cui cerchiamo di costruirle.

Non devi ritrovare la voglia prima di cominciare

«Vorrei tornare a leggere, ma non ne ho più voglia.» La frase contiene una specie di paradosso, perché se aspettiamo che torni spontaneamente il desiderio che avevamo un tempo potremmo aspettarlo molto a lungo. La voglia di leggere non sempre precede la lettura e, qualche volta, arriva soltanto dopo alcune pagine.

Succede con molte cose che abbiamo amato e poi lasciato: il ricordo del piacere non produce automaticamente il desiderio presente, perché serve un nuovo incontro. Per questo forse non dobbiamo nemmeno chiederci continuamente se ci piace ancora leggere; possiamo prendere un libro, aprirlo e vedere cosa succede, senza promettergli trenta giorni, senza stabilire quante pagine dovremo percorrere e senza decidere che da quel momento torneremo a essere lettori.

Potremmo chiuderlo dopo cinque pagine oppure arrivare alla fine del capitolo e guardare l’orologio accorgendoci che è passato più tempo di quanto pensassimo. È probabilmente quello il momento in cui abbiamo davvero ricominciato: non quando abbiamo rispettato un programma, completato una lista o recuperato il numero di libri che leggevamo anni fa, ma quando, per qualche minuto, abbiamo smesso di domandarci come riprendere a leggere perché eravamo semplicemente lì, dentro una pagina.


Il Blog di Casa Creativa nasce anche per questo: non per trasformare scrittura, memoria e lettura in esercizi da eseguire correttamente, ma per cercare modi concreti da cui cominciare. Dopo aver attraversato il racconto breve e la scrittura dei ricordi, con la lettura si chiude il primo percorso di “Da dove cominciare”: tre porte diverse che conducono, in fondo, nello stesso luogo fatto di storie, parole e tempo.

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