La climate fiction nasce dentro una contraddizione: racconta il futuro usando una paura che appartiene ormai pienamente al presente.
Fonte dell’osservazione: Silvia Gambi, articolo dedicato alla climate fiction, pubblicato su Culturamente.
Per molto tempo la catastrofe ambientale è sembrata appartenere a uno dei territori più naturali della narrativa: quello delle cose che potrebbero accadere. Città sommerse, siccità, migrazioni, ecosistemi trasformati potevano essere collocati abbastanza lontano da consentirci di osservarli attraverso la distanza rassicurante della finzione.
Quella distanza si è accorciata. L’articolo di Silvia Gambi attraversa alcuni libri della climate fiction e mostra come la narrativa contemporanea abbia incorporato l’ansia ambientale, la fragilità degli ecosistemi e l’incertezza del futuro. Ma proprio questo avvicinamento produce una domanda ulteriore: che cosa può fare l’immaginazione quando il futuro che raccontava comincia ad assomigliare alla cronaca?
Quando il futuro arriva prima del romanzo
La letteratura non ha il compito di prevedere. Quando sembra anticipare qualcosa, spesso è perché ha osservato tensioni già presenti e le ha spinte oltre il punto nel quale eravamo disposti a guardarle. La climate fiction rende particolarmente visibile questo meccanismo: prende processi reali e concede loro tempo, conseguenze e corpi.
Il cambiamento climatico, però, mette in crisi persino questa distanza. Non è più soltanto uno scenario possibile. Entra nelle stagioni, nelle città, nelle migrazioni, nell’economia e nelle abitudini. Il lettore può aprire un romanzo sul futuro e riconoscervi qualcosa che ha visto la settimana precedente.
La finzione cambia allora funzione. Non serve soltanto a mostrarci ciò che potrebbe accadere, ma a dare una forma comprensibile a qualcosa che sta già accadendo troppo lentamente, troppo diffusamente e su una scala troppo grande per essere percepito come un singolo evento.
Dare un volto a ciò che è enorme
Una temperatura media, una percentuale o una curva possono descrivere con precisione un fenomeno e tuttavia restare astratti. Una storia può fare un’altra cosa: mostrare una casa che non è più abitabile, una persona costretta a partire, un paesaggio che perde qualcosa che sembrava eterno.
Questo non rende la narrativa più vera dei dati e non dovrebbe trasformarla in un sostituto della conoscenza scientifica. Le assegna un compito diverso. La storia costruisce una scala umana sulla quale possiamo incontrare fenomeni che altrimenti rischiano di restare troppo grandi per essere sentiti.
Oltre la catastrofe
C’è però un rischio. Se l’immaginario climatico sa produrre soltanto mondi distrutti, può finire per trasformare la catastrofe nell’unico futuro concepibile. L’allarme è necessario, ma un’immaginazione incapace di rappresentare alternative rischia di allenarci alla rassegnazione invece che alla consapevolezza.
Forse la climate fiction diventa più interessante proprio quando non domanda soltanto «quanto andrà male?», ma «come cambieremo?». Come cambieranno le relazioni, le città, l’idea di benessere, il rapporto con ciò che consideriamo necessario? In quel passaggio la letteratura non offre soluzioni, ma torna a fare una delle cose che sa fare meglio: rendere pensabile ciò che ancora non possiede una forma condivisa.
L’emergenza climatica restringe il futuro quando lo trasforma in paura. La narrativa può provare a riaprirlo, non negando quella paura, ma impedendole di diventare l’unico racconto disponibile.
Il testo di Silvia Gambi resta disponibile nella sua forma originale su Culturamente. Questa osservazione ne segue uno dei percorsi e lo porta dentro Voci dalla Rete.