Oggi ho pensato che l’amore assomiglia sempre meno a un incontro e sempre più a una resistenza.
Non quella eroica, non quella che si racconta nei romanzi o nelle canzoni. Una resistenza minuta, domestica, quasi silenziosa. Restare quando sarebbe più facile allontanarsi. Ascoltare quando si avrebbe voglia di chiudersi. Non trasformare ogni distanza in una colpa.
Ci sono giorni in cui mi sembra che tutto venga misurato male: la presenza, il desiderio, la pazienza, perfino il silenzio. Come se amare dovesse per forza produrre risultati visibili, conferme, segni da esibire. E invece no. A volte amare significa solo non fuggire subito dal vuoto che l’altro ci mostra.
Ho capito che non mi interessa un amore pieno di rumore. Mi interessa quello che sa attraversare il dubbio senza spettacolarizzarlo. Quello che non ha bisogno di vincere per sentirsi vivo.
Forse è questo il punto: non chiedere all’altro di salvarci, ma neppure di sparire. Restare nel punto fragile in cui due solitudini si riconoscono senza pretendere di risolversi a vicenda.
È poco, forse. Ma è anche tutto.
A me stesso, in un giorno che non so nominare.