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Stanza dei Racconti brevi

Lo sportello sbagliato

03 Settembre 2026 · Valerio Villari
Custodito nel Baule:
Una mano tesa oltre il banco verso una cartellina blu in un ufficio anagrafico, mentre alcune persone attendono nel corridoio

Alle otto e venti, quando Mancuso accese il computer, sul monitor c’erano già tre finestre aperte che non ricordava di avere lasciato la sera prima. Le chiuse una alla volta, aspettò che il programma dell’anagrafe finisse di caricarsi e sistemò accanto alla tastiera il bicchiere di plastica con il caffè, mentre dall’altra parte del corridoio qualcuno aveva già cominciato a discutere con una stampante.

«Non è la carta.»

Mancuso riconobbe la voce di Rizzo.

«È sempre la carta», rispose senza alzarsi.
«Ti dico che non è la carta.»
«E io ti dico che se la spegni e la riaccendi diventa la carta.»

Ci fu un rumore secco, seguito da qualche secondo di silenzio.

«Non è diventata la carta.»

Mancuso sorrise e aprì l’elenco degli appuntamenti della mattina.

Lo sportello quattro si occupava soprattutto di residenze, certificazioni e altre pratiche anagrafiche; al sette, invece, Rizzo gestiva le carte d’identità elettroniche. In teoria erano pochi metri di corridoio, nella pratica erano due mondi abbastanza distinti perché ciascuno sapesse esattamente quali problemi appartenessero all’altro.

Alle otto e ventisette Rizzo comparve sulla porta.

«Non va.»

Mancuso continuò a guardare il monitor.

«La stampante?»
«Quella nemmeno. Ma non va il sistema.»
«Quale sistema?»

Rizzo lo fissò.

«Secondo te?»

Mancuso si voltò finalmente verso di lui. Da alcune settimane bastava dire il sistema perché tutti sapessero a cosa ci si riferiva.

«Di nuovo?»
«Di nuovo.»
«Ministero?»
«Pare.»

Rizzo aveva già il telefono in mano e sullo schermo continuavano ad arrivare messaggi. Disse che avevano provato da un’altra postazione, che il collegamento cadeva durante la procedura e che qualcuno aveva chiamato un altro ufficio anagrafico ottenendo la stessa risposta.

Mancuso guardò l’orologio.

«Tra tre minuti apriamo.»
«Lo so.»
«Quanti ne hai?»

Rizzo scorse l’elenco.

«Ventidue.»
«Auguri.»
«Grazie.»

Alle otto e trenta aprirono le porte.

La prima mezz’ora trascorse senza incidenti allo sportello quattro. Mancuso registrò un cambio di abitazione, spiegò a un uomo quali documenti mancassero per una pratica e stampò due certificati. Dal fondo del corridoio, invece, arrivavano frammenti della stessa conversazione ripetuta con voci diverse.

«Al momento il collegamento non funziona.»
«Non dipende da noi.»
«Stiamo aspettando indicazioni.»
«No, non sappiamo quanto ci vorrà.»

Alle nove la fila davanti al sette occupava già parte del corridoio. Qualcuno rimaneva in piedi, qualcuno cercava una sedia, qualcuno guardava continuamente il telefono; una donna domandava se sarebbe riuscita a partire la settimana successiva, un uomo sosteneva di avere prenotato due mesi prima e un altro spiegava a chiunque volesse ascoltarlo che aveva preso una mattina di permesso dal lavoro e che certamente nessuno gliel’avrebbe restituita.

Mancuso continuava a chiamare i propri numeri.

Alle nove e dodici davanti alla sua scrivania si sedette una donna anziana con una cartellina trasparente piena di documenti.

«Buongiorno. Devo fare la carta d’identità.»

Mancuso indicò il corridoio.

«Deve andare allo sportello sette.»

La donna si voltò. Davanti al sette c’erano ormai almeno quindici persone.

«Sono stata lì.»
«E allora deve aspettare che ripristinino il collegamento.»
«Mi hanno detto che non funziona.»
«Infatti.»

La donna rimase seduta. Mancuso aspettò qualche secondo.

«Signora, io qui non posso farle la carta d’identità.»
«Lo so.»
«Allora deve andare al sette.»
«Al sette mi hanno detto che non funziona.»
«Lo so.»

La donna strinse la cartellina sulle ginocchia.

«E allora?»

Mancuso aprì la bocca, ma non uscì nulla. Guardò il corridoio, poi la cartellina.

«Quando le scade?»

La donna gli porse la carta.

«È già scaduta», disse lui dopo averla controllata.
«Da una settimana.»
«Deve partire? Ha qualche pratica urgente per cui le serve il documento nuovo?»
«No.»

Mancuso le restituì la carta.

«Allora oggi non si faccia venire un infarto per questa cosa.»

La donna lo guardò per qualche secondo, incerta se avesse parlato sul serio.

«Posso tornare domani?»
«Prima telefoni. Se il sistema non funziona ancora, almeno evita il viaggio.»
«Ma perdo l’appuntamento.»

Mancuso guardò verso Rizzo, che in quel momento stava spiegando qualcosa a tre persone contemporaneamente.

«Aspetti.» Prese il telefono.
«Rizzo.»
«Che c’è?»
«La signora che ti mando adesso non ha urgenza. Possiamo recuperarle l’appuntamento quando riparte tutto?»

Rizzo impiegò qualche secondo a rispondere.

«Segnami il nome.»

Mancuso prese un foglio e aspettò che la donna glielo dicesse.

«Fatto.» Riattaccò e le restituì la cartellina.
«Quando funziona, la recuperano.»
«Quando?»
«Questo non glielo so dire.»
«Però non devo rifare la prenotazione?»
«No.»

La donna si alzò.

«Grazie.»

Mancuso stava già guardando il numero successivo quando lei aggiunse:

«Almeno adesso so cosa devo fare.»

Dopo che se ne fu andata, Mancuso rimase qualche secondo con la mano sul mouse, poi chiamò il numero seguente.

Alle nove e quaranta arrivò un ragazzo che doveva cambiare residenza. La sua pratica era davvero dello sportello quattro e Mancuso la concluse in pochi minuti. Subito dopo si presentò un uomo con una carta d’identità deteriorata.

«Sette.»

L’uomo guardò la fila.

«Non funziona.»

Mancuso stava già per ripetergli che quello era lo sportello sbagliato quando si fermò.

«Le serve urgentemente?»

L’uomo spiegò perché fosse venuto e Mancuso lo ascoltò fino alla fine. Non poteva risolvergli il problema, ma dopo qualche domanda capirono entrambi che non c’era alcuna ragione per restare quella mattina ad aspettare davanti a uno sportello che non poteva lavorare. Mancuso annotò anche il suo nome sul foglio e gli disse di verificare telefonicamente il ripristino del servizio prima di tornare.

Alle dieci meno cinque l’uomo se ne andò.

Alle dieci e venti Mancuso aveva già risposto ad altre persone che non appartenevano al suo sportello. Non aveva fatto una sola carta d’identità, perché non avrebbe potuto farla nemmeno volendo, e naturalmente non aveva risolto il guasto; aveva soltanto cominciato a fare qualche domanda prima di indicare il corridoio.

Quando arrivò una donna che doveva partire due giorni dopo, per esempio, capì subito che il suo caso era diverso e la mandò da Rizzo, che aggiunse il nome all’elenco delle urgenze da recuperare non appena il servizio fosse tornato disponibile.

Poco dopo si presentò un ragazzo che aveva semplicemente sbagliato fila.

«Io devo cambiare residenza.»

Mancuso indicò la sedia davanti a sé.

«Finalmente uno mio.»

Verso le undici il responsabile attraversò il corridoio e si fermò davanti allo sportello quattro. La fila del sette si era ridotta, ma non perché il sistema avesse ripreso a funzionare: una parte delle persone se n’era andata e le altre erano state divise tra casi urgenti e appuntamenti recuperabili.

«Perché stai gestendo quelli delle carte d’identità?»

Mancuso sollevò gli occhi dal monitor.
«Non li sto gestendo.»
«Rizzo dice che gliene hai mandati alcuni con delle annotazioni.»
«Quelli urgenti.»
«E gli altri?»
«Se ne sono andati.» Il responsabile aggrottò la fronte.
«Dove?»
«A casa, immagino.»
«E perché?»

Mancuso guardò per un momento il corridoio.

«Perché non potevamo fare niente.»
«Appunto.»

Mancuso tornò a guardarlo.

«Appunto cosa?»

Il responsabile sembrò sorpreso dalla domanda. Mancuso indicò le sedie che si erano liberate.

«Se non possiamo fare niente, almeno possiamo evitare che aspettino tre ore per scoprirlo.»

Il responsabile seguì il gesto, osservò le sedie vuote e poi Rizzo, in fondo al corridoio.

«Basta che non create altre procedure.»
«No.»
«Perché poi rimangono.»
«Non stiamo creando procedure.»
«Meglio.»

Il responsabile riprese a camminare. Rizzo aspettò che fosse abbastanza lontano, poi telefonò.

«Hai sentito?»
«Sì.»
«Non dobbiamo creare procedure.»
«Infatti.»
«Quindi il foglio con i nomi come lo chiamiamo?»

Mancuso guardò il foglio accanto alla tastiera.

«Foglio.»

«Ottimo.»

Poco prima di mezzogiorno il sistema tornò disponibile.

Non ci furono applausi, anche se qualcuno sembrò sul punto di cominciare. Rizzo chiamò il primo caso urgente e riprese a lavorare; dal quattro, Mancuso sentì tornare il rumore abituale delle richieste, delle fotografie controllate, delle indicazioni ripetute e delle persone che domandavano quanto tempo sarebbe servito.

Alle tredici e trenta spensero i computer. Rizzo passò davanti allo sportello quattro con la giacca già indossata.

«Domani normale.» Mancuso sistemò il bicchiere vuoto nel cestino.
«Pare di sì.»
«Peccato.» Mancuso lo guardò.
«Per il guasto?»
«No. Per il foglio.»

Mancuso abbassò gli occhi. Era ancora accanto alla tastiera, pieno di nomi cancellati e piccole annotazioni.

«Buttalo», disse Rizzo.

Mancuso lo accartocciò e lo gettò nel cestino.

La mattina seguente arrivò alle otto e diciannove. Accese il computer, chiuse due finestre rimaste aperte e appoggiò il caffè accanto alla tastiera. Dal fondo del corridoio sentì Rizzo accendere la stampante e, subito dopo, imprecare.

«È la carta», gridò Mancuso.

«Non è la carta.»

Alle otto e trenta chiamò il primo numero.

Entrò un ragazzo con una cartellina blu, si sedette e spiegò che aveva un appuntamento per la carta d’identità. Mancuso indicò automaticamente il corridoio.

«Deve andare allo sportello sette.»

Il ragazzo raccolse la cartellina e si alzò. Aveva già fatto qualche passo quando Mancuso guardò verso il sette, poi tornò con gli occhi sulla cartellina blu che quello teneva sotto il braccio.

«Aspetti.»

Il ragazzo si voltò.

Mancuso tese una mano.

«Mi faccia vedere.»

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