A volte penso che scrivere non serva a spiegare il mondo, ma a restare in contatto con ciò che altrimenti svanirebbe.
Non con il rumore delle cose, ma con la loro eco più segreta: quella che arriva quando tutto sembra già finito, e invece sta appena cominciando.
Ci sono passaggi della vita che non si comprendono subito.
Si attraversano.
Solo dopo, magari molto dopo, ci si accorge che qualcosa è rimasto addosso: una luce, una ferita, una forma di resistenza.
E forse è proprio lì che la scrittura diventa necessaria, non come risposta, ma come presenza.
Ti scrivo da questo luogo incerto in cui le parole non risolvono, ma custodiscono.
Da questo spazio in cui il pensiero non pretende di essere vero, pretende solo di essere onesto.
Ed è già molto, in un tempo che ci chiede velocità, superficie, chiarezza immediata.
Io invece continuo a credere nelle cose che maturano piano.
Nelle pause.
Nelle soglie.
Nel diritto di non sapere tutto subito.
Forse è questo che salva: non l’aver capito, ma l’aver continuato a cercare con delicatezza.
E continuare a scrivere come si continua a camminare quando la strada non ha ancora mostrato il suo nome.