Come quasi ogni mattina, varcò la soglia del bar alle nove meno dieci, accolto dal brusio familiare che caratterizza le prime ore del giorno. Sembrava che tutti sapessero già chi fosse: il barista, non appena lo vide, iniziò a preparargli il caffè senza che lui dovesse nemmeno chiedere. Dopo un rapido scambio di buongiorno, la tazzina fumante gli scivolò davanti. Lui ringraziò con un cenno del capo e si appoggiò al bancone, osservando attraverso la vetrina il viavai della strada, dove le persone si muovevano veloci, alcune con il telefono all’orecchio, altre con il volto ancora pesante di sonno.
Stava per portare la tazzina alle labbra quando una mano gli si posò sulla spalla. Voltandosi, riconobbe un conoscente che incrociava di tanto in tanto in città. «Come va il lavoro?» chiese l’altro. «Va bene», rispose lui, mentre l’uomo, pensando che fosse sempre pieno di impegni, accennò rapidamente a un progetto prima di congedarsi. Quello scambio, durato meno di un minuto, gli lasciò una sensazione curiosa: ogni volta che qualcuno gli chiedeva del lavoro, sembrava che quella dimensione diventasse la parte più importante della sua vita, riducendo tutto il resto a un semplice dettaglio. Sorseggiò il caffè, pensieroso.
Poco dopo, una donna si fermò accanto a lui per dirgli di aver letto il suo ultimo libro. Trascorsero alcuni minuti a parlare di letture, di scrittura e di una presentazione tenutasi mesi prima; lei ricordava passaggi che lui stesso aveva quasi dimenticato. Quando si salutarono, gli rivolse quello sguardo familiare che si riserva agli scrittori, poi uscì. Lui rimase a fissare la tazzina ormai vuota, consapevole che non era la prima volta che qualcuno lo identificava immediatamente con la sua penna. Eppure, quella definizione gli sembrava sempre più stretta: non perché fosse falsa, ma perché semplicemente non bastava a contenerlo.
Mentre era immerso in questi pensieri, entrò un uomo anziano che riconobbe all’istante. «Ogni volta che ti vedo, assomigli sempre di più a tuo padre», esordì ridendo, per poi sedersi accanto a lui. Discorsero della città, di volti scomparsi da anni e di episodi lontani che sembravano appartenere a un’altra vita. Quando l’anziano se ne andò, quella frase continuò a ronzargli nella mente. Per alcuni, infatti, lui sarebbe rimasto per sempre, prima di tutto, un figlio. Non importavano gli anni trascorsi, il lavoro svolto o le scelte compiute: ci sarebbe sempre stato qualcuno capace di ricondurlo a una casa, a una famiglia, a un’origine. Con un sospiro, ordinò un secondo caffè.
Stava giusto pensando di andarsene quando una donna pronunciò il suo nome. Alzò gli occhi e rimase immobile per un attimo: non si vedevano da molti anni. Lei si sedette al suo tavolo senza chiedere il permesso, con quella confidenza che le era sempre appartenuta. Parlarono del tempo passato, delle strade intraprese e delle persone incontrate, evitando accuratamente di nominare ciò che era accaduto tra loro, perché non ce n’era bisogno. Eppure, mentre la ascoltava, si accorse che anche lei si stava rivolgendo a una persona molto precisa. Non stava parlando con lo scrittore, né con il professionista o il figlio, ma con l’uomo che era stato accanto a lei molti anni prima.
Quando si salutarono, lui rimase seduto ancora qualche minuto, iniziando per la prima volta quella mattina a percepire un filo invisibile che collegava tutti quegli incontri. Ogni persona, infatti, sembrava sapere perfettamente chi fosse, senza mostrare la minima incertezza; ognuna custodiva una versione di lui e la considerava l’unica autentica: il lavoratore, lo scrittore, il figlio, l’amico, l’uomo che aveva amato. Tutte quelle persone esistevano davvero, lui le riconosceva e le ricordava, eppure non riusciva a indicarne una come definitiva.
Pagato il conto, uscì e camminò senza fretta lungo la strada, fermandosi dopo qualche decina di metri davanti a una vetrina. Il vetro rifletteva il suo volto con chiarezza e lui lo osservò a lungo. Conosceva quel viso, il nome che portava e la storia che aveva vissuto, eppure si rese conto che tutta quella consapevolezza non rispondeva davvero alla domanda che gli era rimasta dentro. Dietro di lui, nel bar, erano passate persone che avrebbero saputo descriverlo senza esitazione; ognuna aveva visto una parte reale della sua vita e ognuna aveva detto la verità.
Forse il problema non era che gli altri si sbagliassero. Forse, il vero problema era aver creduto, per tanti anni, che una persona dovesse necessariamente coincidere con una sola, rigida definizione. Continuò a guardare il proprio riflesso ancora per qualche istante, poi sorrise appena e riprese a camminare. Non aveva trovato una risposta, ma per la prima volta gli sembrò che non fosse affatto necessario trovarla.
Valerio Villari per LaParolaNascosta