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Studio

Se non è autoinganno la guerra, allora cos’altro dovrebbe esserlo?

19 Maggio 2026 · Valerio Villari
Custodito nel Baule:

Una riflessione sulla grammatica solenne che riveste la violenza, la guerra, sul mercato che la sostiene e sull’illusione collettiva che la rende accettabile.

La guerra non arriva mai con il suo nome reale. Si presenta come necessità, difesa, ordine. Ma dietro la lingua che la giustifica si muove un’economia che ha bisogno di corpi, una retorica che chiede obbedienza e un autoinganno che diventa collettivo. Questo testo prova a guardarla senza veli, nella sua forma più antica e più attuale.

Se non è autoinganno la guerra, allora cos’altro dovrebbe esserlo?

La si nomina con parole solenni: difesa, sicurezza, necessità, confine, patria. Si costruisce attorno ad essa una grammatica austera, quasi sacra, capace di trasformare il sangue in dovere e la distruzione in sacrificio. Eppure, sotto questa lingua di facciata, la guerra continua a essere ciò che è sempre stata: un grande affare che si alimenta della paura, della miseria e della disponibilità umana a credere alla menzogna quando la menzogna viene pronunciata con voce ferma.

L’attacco travestito da protezione

Lo è per chi attacca. Ogni offensiva viene quasi sempre travestita da protezione preventiva, da risposta inevitabile, da gesto necessario per salvare il proprio popolo. Ma mentre si proclama di voler garantire sicurezza, si alimenta un meccanismo che arricchisce l’industria bellica, svuota le economie, consuma risorse, accresce la fame e impoverisce proprio coloro che si pretende di difendere. L’attacco non salva: mobilita capitale, moltiplica paura, consolida interessi.

La difesa come altare del sacrificio

Ma l’autoinganno non appartiene soltanto a chi aggredisce. Abita anche la parte che si difende, quando la difesa diventa un altare sul quale si chiede il sacrificio dei più giovani, dei meno preparati, dei figli del popolo. Mai dei figli del privilegio, quasi mai dei figli di chi decide. Si chiama eroismo ciò che talvolta è soltanto disperazione amministrata dall’alto.

La guerra come mercato che ha bisogno di corpi

La guerra rivela la sua forma più antica: non quella di uno scontro tra ragioni, ma quella di un mercato che ha bisogno di corpi. Ha bisogno di armi da produrre, di alleanze da rinsaldare, di emergenze da sfruttare, di opinioni pubbliche da orientare, di nemici da nominare. Per questo la guerra non è soltanto tragedia: è anche economia. Non è soltanto ideologia: è anche investimento.

L’ordine promesso, gli interessi protetti

Da secoli si racconta che la guerra serva a preservare un ordine. In realtà, troppo spesso, serve a preservare interessi. L’ordine che promette è quasi sempre il volto rinnovato del dominio, e la pace che lascia dietro di sé è una tregua instabile pagata dai sopravvissuti. Anche questo è autoinganno: credere che l’orrore, se abbastanza distante, non ci riguardi.

La guerra che entra nelle case

E invece ci riguarda sempre. Ci riguarda quando il prezzo dell’energia sale, quando il pane costa di più, quando il bilancio pubblico si piega alle urgenze militari mentre la vita quotidiana del cittadino comune si assottiglia. La guerra non resta mai confinata al campo di battaglia: si riversa dentro le case, nei conti, nelle rinunce, nei silenzi di chi non arriva alla fine del mese.

Smascherare la narrazione che la rende accettabile

Per questo non basta condannare la guerra in astratto. Bisogna anche smascherare la rete di menzogne che la rende tollerabile. Bisogna dire che non ogni difesa è innocente, che non ogni attacco è inevitabile, che non ogni sacrificio imposto al popolo è nobile solo perché viene rivestito di bandiere. Bisogna avere il coraggio di riconoscere che la guerra viene resa moralmente accettabile da una narrazione che chiede obbedienza e scoraggia il pensiero.

L’autoinganno come complicità collettiva

Chi non vuole comprendere tutto questo non è semplicemente disinformato. Spesso sceglie una forma di quieto adattamento, una resa del giudizio, un’ignavia intellettuale che diventa complicità proprio nel momento in cui rifiuta di vedere. L’autoinganno, quando diventa collettivo, prepara il terreno al consenso e legittima l’intollerabile.

Guardare la guerra senza veli

La guerra è, da sempre, il più feroce dei rifugi costruiti dalla menzogna. Riflette la luce delle parole solenni, ma dietro quella superficie continua a nascondere il suo volto reale: profitto per pochi, rovina per molti. E forse il primo gesto necessario, oggi, non è nemmeno proclamare una soluzione, ma sottrarsi a quell’inganno. Guardarlo senza veli. Chiamarlo con il suo nome. E rifiutare, almeno in coscienza, di diventare complici di ciò che si continua a fingere inevitabile.

Valerio Villari

Fonte dei dati:
“Arms producers increasing profits globally amid conflicts”, Vatican News, 2 dicembre 2024, su dati SIPRI.

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