Stanza delle Lettere / Riflessioni
Caro amico che il tempo mi ha nascosto
Non ricordo l’ultima volta che ci siamo scritti una parola che non fosse un augurio sbrigativo, un riflesso automatico sui vetri di uno schermo. Forse è successo tre anni fa, o forse cinque; la memoria, quando si tratta di misurare le distanze, diventa una stanza piena di specchi opachi. Eppure oggi, mentre mettevo ordine tra vecchi fogli sparsi sul tavolo, è riaffiorata una tua vecchia frase, e ho sentito il bisogno di scriverti questa lettera, anche se so che probabilmente rimarrà custodita qui, tra le pareti della Casa.
Volevo dirti che ho smesso di considerare la nostra distanza come una colpa da espiare o come il segno di un fallimento.
Per molto tempo ho creduto che le amicizie si spezzassero solo per via di grandi strappi, tradimenti o parole pesanti come pietre. Non sapevo che esiste un modo molto più discreto di perdersi, un lavoro paziente che il tempo compie ogni giorno, senza fare rumore. È il baricentro della vita che si sposta altrove. Un nuovo lavoro, una casa diversa, abitudini che cambiano pelle e che, un millimetro alla volta, allargano lo spazio tra due persone finché non ci si ritrova su due sponde opposte dello stesso fiume, a guardarsi da lontano.
La cosa più incredibile, però, è che non provo alcuna amarezza in questo silenzio.
Ci sono legami che somigliano a certi vecchi alberi che crescono nei cortili: non li vedi muoversi, non li curi ogni mattina, eppure sai con assoluta certezza che le loro radici sono ancora abbarbicate là sotto, nella stessa terra. La nostra amicizia appartiene a questa specie. Non ha bisogno di essere confermata da una telefonata settimanale o da un messaggio d’obbligo. Abbiamo imparato, negli anni, che il silenzio non è sempre una distanza. A volte è soltanto una forma diversa della presenza.
So che se un giorno dovessi incrociare di nuovo il tuo sguardo lungo un marciapiede qualsiasi, non ci sarebbe bisogno di spiegazioni o di lunghi riassunti. Riprenderemmo a parlare esattamente dall’ultimo punto fermo, come se l’orologio si fosse fermato a quella sera di tanti anni fa.
Molti pensano che il tempo distrugga ogni cosa, che sbiadisca i ricordi e consumi i sentimenti. Io credo invece che funzioni come un setaccio. Trattiene solo l’essenziale. Di tutto ciò che abbiamo condiviso, le corse a perdifiato, le serate a inventare il futuro, le paure sussurrate prima di dormire, il tempo ha ripulito i dettagli inutili per conservare solo l’impronta. Un modo specifico di guardare il mondo, una certa sfumatura di ironia, la certezza che da qualche parte, sulla terra, esiste qualcuno che conosce la mia storia fin dal principio.
Questa lettera è solo il mio modo per dirti che sono felice del tuo cammino, ovunque esso ti stia conducendo in questo momento. La mia presenza non chiede spazio nelle tue giornate; le basta sapere che la tua stanza, dentro di me, è ancora aperta e illuminata.
Ogni storia lascia una porta socchiusa. Questa conduce al Baule dell’Amicizia e il Tempo, dove altre voci raccontano mutamenti, deviazioni e ritorni. Poco più avanti, nel corridoio, la Stanza delle Lettere e delle Riflessioni continua a custodire parole rimaste in attesa, presenze che il tempo non ha cancellato e domande che non hanno ancora smesso di cercare una risposta.