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Come iniziare un racconto: trovare l’incipit senza cercare la frase perfetta

31 Agosto 2026 · Valerio Villari
Custodito nel Baule:
Quaderno aperto con appunti sull’incipit, penna e libri su un tavolo da scrittura

Quando abbiamo una storia in mente, il problema non è sempre trovare qualcosa da raccontare. A volte la storia c’è già, ma non sappiamo da quale momento aprire la porta. L’incipit nasce anche da questa scelta: decidere dove il lettore deve incontrare per la prima volta ciò che sta per accadere.

La prima frase di un racconto può diventare una piccola ossessione. La scriviamo, la cancelliamo, la riscriviamo cercando qualcosa di più forte, più elegante, più sorprendente. Intanto la storia rimane ferma dietro quella frase. È comprensibile: l’inizio è il primo punto di contatto con il lettore e sappiamo che deve convincerlo a proseguire. Ma proprio questa consapevolezza può farci attribuire all’incipit un compito impossibile, come se dovesse contenere immediatamente la voce, il conflitto, il tono, il mistero e magari anche una frase memorabile.

Per iniziare un racconto, però, non serve trovare subito la frase perfetta. Serve soprattutto capire da quale momento la storia merita di essere raccontata. Le parole con cui entreremo in quel momento potranno cambiare durante la revisione; il punto d’ingresso, invece, determina ciò che il lettore vede, ciò che ancora ignora e la direzione verso cui comincerà a muoversi.

L’inizio della storia non è necessariamente l’inizio del racconto

Ogni storia possiede un passato molto più lungo delle pagine che scriveremo. Se raccontiamo di due amici che si incontrano dopo trent’anni, la loro storia non comincia nel momento dell’incontro: prima ci sono stati l’amicizia, gli anni condivisi, forse un litigio, la separazione e tutto ciò che ciascuno ha vissuto nel frattempo. Potremmo raccontare ogni passaggio in ordine cronologico, ma un racconto breve non ha bisogno di mostrare tutto ciò che è accaduto. Deve scegliere.

Immaginiamo un uomo che, uscendo da una farmacia, riconosce dall’altra parte della strada l’amico con cui non parla da trent’anni. Potremmo iniziare dalla loro adolescenza e spiegare come si sono conosciuti. Potremmo cominciare dal litigio che li ha separati. Oppure potremmo entrare direttamente nel momento in cui l’uomo si ferma sul marciapiede e si chiede se attraversare la strada oppure voltarsi. In quest’ultimo caso il passato non scompare: diventa qualcosa che il lettore scoprirà attraverso la tensione del presente.

Questa distinzione è fondamentale. L’inizio cronologico degli avvenimenti e l’inizio narrativo del racconto possono trovarsi in punti molto diversi. Il nostro compito non è necessariamente partire da ciò che è successo per primo, ma da ciò che permette alla storia di cominciare a produrre conseguenze.

Cercare il momento in cui qualcosa cambia

Un buon punto d’ingresso si trova spesso vicino a un cambiamento. Non deve essere per forza un evento spettacolare. Qualcuno riceve una telefonata, trova una porta aperta che ricordava di avere chiuso, incontra una persona, prende una decisione, scopre un oggetto, sente pronunciare una frase che modifica il significato di ciò che credeva di sapere. Prima di quel momento esisteva una situazione; dopo, qualcosa non può continuare esattamente nello stesso modo.

Nel nostro esempio, il cambiamento non è necessariamente l’incontro tra i due vecchi amici. Potrebbe essere ancora più piccolo: il protagonista vede l’altro uomo e lo riconosce. Da quel momento deve decidere che cosa fare. Attraversare la strada significa affrontare qualcosa che aveva lasciato irrisolto; andarsene significa scegliere ancora una volta di evitarlo. Anche una decisione apparentemente minima può mettere in moto un racconto perché produce una domanda: che cosa farà adesso?

Quando non sappiamo dove cominciare, possiamo quindi smettere per un momento di cercare la prima frase e chiederci: qual è il primo momento in cui la situazione non può più restare identica a prima? Non sarà sempre l’inizio definitivo, ma è spesso un ottimo posto da cui provare a scrivere. È lo stesso principio che nel pillar su come scrivere un racconto breve ci porta a cercare, prima ancora della trama completa, qualcosa capace di incrinare la normalità.

Entrare abbastanza tardi, ma non troppo tardi

Molti racconti faticano a partire perché trascorrono troppo tempo nel preambolo. Prima che accada qualcosa, ci viene spiegato chi è il protagonista, dove vive, quale lavoro svolge, che rapporto ha con la famiglia e che cosa gli è successo anni prima. Sono informazioni che possono essere importanti, ma se vengono offerte tutte prima che la storia abbia iniziato a muoversi il lettore non sa ancora perché dovrebbe averne bisogno.

Cominciare più vicino al cambiamento permette invece alle informazioni di acquistare una funzione. Se l’uomo davanti alla farmacia vede il vecchio amico e cambia marciapiede, improvvisamente vogliamo sapere perché. Possiamo scoprire il litigio di trent’anni prima poche righe dopo, oppure molto più avanti. La differenza è che adesso quell’informazione risponde a una domanda nata dentro la scena, invece di essere consegnata al lettore prima che abbia avuto motivo di farsela.

Naturalmente si può entrare anche troppo tardi. Se cominciamo quando i due uomini stanno già litigando senza offrire alcun elemento che permetta di comprendere chi siano e perché quell’incontro abbia importanza, il lettore può trovarsi davanti a un conflitto che non significa ancora nulla. Il punto giusto sta spesso nel mezzo: abbastanza tardi da evitare il lungo corridoio delle spiegazioni, abbastanza presto da permetterci di capire che cosa è in gioco.

Un incipit non deve necessariamente fare rumore

Quando si parla di incipit, ricorre spesso l’idea del “gancio”: la prima frase dovrebbe catturare immediatamente l’attenzione. È un’immagine utile finché non la trasformiamo nell’obbligo di stupire. Non tutti i racconti hanno bisogno di cominciare con una porta sfondata, una confessione sconvolgente o una frase costruita per sembrare memorabile. Un inizio può attirare il lettore anche attraverso una voce precisa, un dettaglio insolito, una situazione che contiene una piccola anomalia o una domanda implicita.

Prendiamo una frase molto semplice: Quando vide Sergio dall’altra parte della strada, Paolo entrò di nuovo in farmacia. Non contiene effetti speciali. Eppure qualcosa non torna: Paolo era appena uscito, vede Sergio e torna dentro. Perché? La curiosità nasce dalla relazione tra un gesto e ciò che lo provoca. Potremmo cominciare anche con una battuta di dialogo, una descrizione o un pensiero, ma nessuna di queste forme funziona per il semplice fatto di appartenere a una categoria di “buoni incipit”. Funziona se apre una tensione, una voce o una situazione che appartiene davvero alla storia che seguirà.

Le informazioni possono arrivare dopo

Una delle paure più comuni quando iniziamo un racconto è che il lettore non capisca. Per evitarlo cerchiamo di spiegare subito tutto ciò che sappiamo: chi sono i personaggi, che cosa è successo prima, dove ci troviamo, quali rapporti li uniscono. Ma il lettore non ha bisogno di sapere immediatamente tutto. Ha bisogno di sapere abbastanza per orientarsi nella scena e abbastanza poco da avere ancora qualcosa da scoprire.

Questo non significa nascondere artificialmente le informazioni. Se per comprendere una reazione è necessario sapere che due personaggi sono fratelli, non c’è alcun premio nel costringere il lettore a scoprirlo venti pagine dopo. Significa invece distinguere tra ciò che serve adesso e ciò che potrà acquistare significato più avanti. Il passato può emergere da un oggetto riconosciuto, da una frase interrotta, da una domanda che nessuno vuole fare, da un ricordo breve inserito quando il presente lo richiama. In questo modo l’inizio non deve portare sulle spalle l’intera biografia dei personaggi.

Possiamo scrivere un incipit provvisorio

C’è un modo molto semplice per ridurre il peso della prima frase: considerarla provvisoria. Non significa scriverla senza attenzione, ma accettare che stiamo entrando in una storia che conosceremo meglio dopo averla attraversata. Durante la prima stesura potremmo scoprire che il personaggio che credevamo secondario è in realtà il centro del racconto, che il conflitto vero comincia due scene più avanti oppure che una frase scritta a metà testo contiene esattamente la voce con cui avremmo dovuto aprire.

Possiamo quindi scegliere il punto d’ingresso che ci sembra più promettente e scrivere. Se non troviamo la frase giusta, ne usiamo una che ci permetta di entrare nella scena. Il suo compito, per il momento, non è conquistare un’antologia immaginaria delle migliori prime righe della letteratura: è farci superare la soglia. Una volta che il racconto esiste, avremo qualcosa di concreto su cui lavorare.

L’incipit si capisce meglio quando conosciamo il finale

La revisione dell’inizio diventa molto più precisa quando sappiamo dove il racconto è arrivato. A quel punto possiamo tornare alle prime righe e chiederci se promettono davvero il testo che abbiamo scritto. Forse abbiamo iniziato troppo presto e possiamo eliminare due paragrafi; forse abbiamo nascosto un’informazione che sarebbe stato meglio offrire subito; forse la voce del protagonista è diventata più netta nelle pagine successive e possiamo riportarla all’inizio.

In un racconto breve questo rapporto tra apertura e conclusione è particolarmente importante. Come abbiamo visto nella guida su come scrivere un racconto breve, lo spazio ridotto costringe ogni elemento a svolgere più di una funzione. Anche l’incipit può cambiare significato dopo il finale: un dettaglio apparentemente secondario può diventare decisivo, una frase può acquistare un’ironia che all’inizio non avevamo previsto, un’immagine può trovare una risposta nell’ultima scena. Per questo cercare di perfezionare l’apertura prima di conoscere il resto del racconto può significare rifinire qualcosa che dovremo comunque riscrivere.

Se invece la storia che stiamo immaginando continua ad allargarsi e il problema non è più soltanto trovare la soglia, può essere utile confrontare questo processo con come iniziare a scrivere un romanzo senza avere già tutto chiaro: cambia la distanza narrativa, ma rimane la possibilità di cominciare conoscendo abbastanza strada da poter scrivere la scena successiva.

Cominciare significa scegliere una soglia

Non esiste un unico modo corretto di iniziare un racconto. Possiamo entrare nel mezzo di un’azione, attraverso una voce, con un dialogo, da un luogo, da un dettaglio o da una frase quietissima. La scelta non dipende da una formula, ma dalla storia che vogliamo raccontare e dall’esperienza che vogliamo far vivere al lettore.

Quando l’inizio non arriva, allora, può essere utile smettere di chiedersi quale sia la frase più bella e cercare invece la soglia più fertile: il momento in cui qualcosa cambia, una decisione diventa inevitabile, una domanda si apre. Possiamo entrare da lì e lasciare che la prima versione faccia il proprio lavoro. La frase perfetta, ammesso che esista, può aspettare la revisione. Il racconto no.


Il Blog di Casa Creativa nasce anche per questo: non per consegnare formule con cui fabbricare storie, ma per riconoscere i punti in cui una storia può cominciare a prendere forma. Dopo aver attraversato il racconto breve dall’idea alla revisione, possiamo fermarci sulle sue singole soglie e guardarle più da vicino. L’incipit è la prima: non una frase chiamata a dimostrare subito tutto, ma il luogo in cui scegliamo di far entrare il lettore e, spesso, di entrare davvero anche noi nella storia.

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