Il semaforo era diventato verde da qualche secondo, ma dietro di me nessuno suonò. Rimasi con le mani appoggiate sul volante a guardare l’asfalto bagnato, come se quella striscia di strada davanti all’automobile appartenesse a un percorso che conoscevo e che, per qualche ragione, non riuscivo più a ricordare. Non stavo pensando a qualcosa di preciso. Ero soltanto scivolato fuori dal traffico e dai miei stessi impegni, fermo in un punto nel quale tutto avrebbe dovuto continuare.
Fu allora che riemerse una frase incontrata molti anni prima e conservata in qualche parte della memoria senza che me ne accorgessi: “Diventa ciò che sei”.
A prima vista sembra un invito semplice. Potrebbe stare sotto una fotografia motivazionale, accanto a un tramonto o a una strada che sale verso la montagna. Basta essere autentici, liberarsi delle aspettative, ascoltare la propria natura e finalmente coincidere con sé stessi. Ma, fermo a quel semaforo, la frase aveva perduto ogni semplicità. Se dobbiamo diventare ciò che siamo, significa che non lo siamo ancora; e se nel frattempo non ci riconosciamo più nella vita che abbiamo costruito, da quale parte di noi dovremmo ricominciare?
Una frase più antica di Nietzsche
La formula arriva da più lontano di quanto spesso ricordiamo. Risale a Pindaro e attraversa la filosofia fino a Nietzsche, che la riprende e la porta anche nel sottotitolo di Ecce homo. Come si diventa ciò che si è. La sua storia impedisce già di ridurla a una promessa di benessere: non dice che dentro ciascuno di noi esista una figura completa, immobile e perfettamente riconoscibile, in attesa soltanto di essere liberata. Contiene piuttosto un movimento e, insieme, una contraddizione.
Diventare significa cambiare, mentre essere sembra indicare ciò che rimane. La frase tiene uniti questi due tempi: ci invita a muoverci verso qualcosa che, in qualche modo, ci appartiene già, pur non essendo ancora compiuto. Non si tratta semplicemente di scoprire chi siamo sotto gli strati accumulati, come se bastasse rimuoverli uno dopo l’altro. Anche quegli strati sono passati attraverso di noi. Le scelte fatte, gli errori, le fedeltà, i compromessi e perfino le parti che oggi vorremmo lasciare indietro hanno contribuito alla persona che può interrogarsi su di esse.
Il significato di “diventa ciò che sei”, allora, non sta nel ritorno a un’origine intatta. Sta forse nella capacità di riconoscere quale forma stia prendendo la nostra vita mentre la stiamo vivendo.
L’identità arriva spesso in ritardo
Ci raccontiamo volentieri come persone coerenti. Ricostruiamo il passato scegliendo episodi che sembrano condurre fino a noi e trasformiamo decisioni prese in circostanze diverse nelle prove di un carattere che sarebbe sempre esistito. Diciamo di essere fatti in un certo modo, di avere sempre desiderato alcune cose, di non essere mai stati capaci di altre. Questa continuità ci rassicura, ma contiene una parte di invenzione: molte volte comprendiamo chi siamo stati soltanto dopo essere cambiati.
L’identità arriva in ritardo perché la vita, nel frattempo, continua. Accettiamo un lavoro, impariamo un ruolo, costruiamo una relazione, difendiamo un’idea, organizziamo le giornate attorno a responsabilità che inizialmente abbiamo scelto. A forza di ripeterle, quelle forme diventano familiari e la familiarità finisce per sembrare una definizione. Non diciamo più soltanto “faccio questo lavoro”, ma “sono questo lavoro”; non pensiamo più “ho assunto questo compito”, ma “senza questo compito non saprei chi essere”.
Non c’è necessariamente una costrizione esterna. Le vite nelle quali smettiamo di riconoscerci possono essere state costruite con convinzione, un gesto dopo l’altro. Proprio per questo lo scarto è difficile da accettare: se nessuno ci ha imposto quella strada, ammettere che non ci somiglia più sembra una forma di ingratitudine verso la persona che l’aveva scelta.
Quando la vita continua a funzionare
Le trasformazioni più profonde non sempre arrivano con un crollo. Qualche volta tutto continua a funzionare. Ci alziamo alla stessa ora, rispondiamo alle persone, portiamo a termine il lavoro, ricordiamo le scadenze e sappiamo perfino mostrare l’espressione giusta quando qualcuno ci domanda come stiamo. Non accade nulla che possa essere indicato come l’inizio della crisi. Eppure, sotto quella continuità, cresce una distanza.
La avvertiamo in momenti insignificanti: davanti al nome scritto su un documento, mentre ascoltiamo qualcuno descriverci, quando pronunciamo un’opinione che per anni abbiamo considerato nostra e ci accorgiamo che ormai suona imparata. Le maschere che abbiamo portato non sono necessariamente menzogne. Molte ci hanno permesso di abitare il mondo, di essere riconosciuti e di riconoscerci. Il problema comincia quando continuiamo a indossarle anche dopo che il volto, sotto, ha cambiato forma.
In quei momenti dire “non mi riconosco più” non significa sempre aver perduto ogni identità. Può significare che l’immagine con la quale abbiamo continuato a identificarci è rimasta indietro. Siamo cambiati prima di trovare le parole per dirlo e adesso osserviamo la nostra stessa vita come si guarda una stanza nella quale tutti gli oggetti sono al loro posto, ma nulla sembra più disposto per noi.
Il rischio di costruirsi contro
La prima reazione è spesso tentare di ristabilire la somiglianza. Riprendiamo vecchie abitudini, cerchiamo le persone che ci conoscevano prima, torniamo nei luoghi nei quali ci sembrava di essere più nitidi. Chiediamo al passato di confermarci che, sotto la confusione presente, siamo rimasti gli stessi. Qualche volta quel ritorno ci restituisce una parte dimenticata; altre volte mostra soltanto quanto siamo lontani anche da ciò che ricordavamo.
Possiamo allora reagire nell’altro modo: costruire rapidamente una nuova definizione. Cambiare lavoro, relazioni, città, linguaggio, perfino aspetto, nella speranza che una forma diversa cancelli l’incertezza. Ma non ogni cambiamento conduce verso di noi. Esiste anche il rischio di costruirsi contro, di usare una nuova identità come opposizione alla precedente e restare, proprio per questo, ancora legati a ciò che volevamo abbandonare.
Diventare ciò che siamo non può consistere nel sostituire in fretta un personaggio con un altro. Richiede di sopportare un intervallo più scomodo: quello nel quale la persona che eravamo non basta più e quella che saremo non possiede ancora un nome. È un tempo che appare vuoto soltanto perché non produce immediatamente una definizione. In realtà è attraversato da possibilità che non hanno ancora trovato la loro forma.
Non riconoscersi non significa scomparire
Esiste naturalmente un non riconoscersi legato a esperienze di sofferenza psicologica che chiedono ascolto e competenze diverse da quelle di una riflessione letteraria. Qui, però, stiamo parlando di uno scarto più quotidiano e silenzioso: la distanza fra ciò che continuiamo a fare e ciò che riusciamo ancora a sentire come nostro, fra la biografia che possiamo raccontare e la persona che, ascoltandola, non vi coincide più completamente.
Questa distanza non è per forza un guasto. Può essere il segnale che nessuna identità riesce a contenere per sempre tutto ciò che diventiamo. Le nostre definizioni hanno bisogno di durare abbastanza da permetterci di vivere, ma anche di poter cedere quando cominciano a trattenerci. Se fossero completamente stabili, non avremmo una storia: saremmo soltanto la ripetizione di una forma già stabilita.
Il paradosso è che possiamo rimanere fedeli a noi stessi soltanto accettando di non coincidere per sempre con la persona che siamo stati. La fedeltà non consiste nel conservare ogni scelta, ogni ruolo o ogni convinzione. Consiste nel riconoscere quali di quelle forme continuano a esprimerci e quali sono diventate soltanto la memoria di un’appartenenza.
Ripartire senza tornare indietro
Al semaforo, naturalmente, non risolsi nulla. La frase non mi consegnò una risposta e non trasformò quella pausa in una rivelazione. Davanti a me la strada era ancora bagnata, il verde stava per finire e le automobili dietro continuavano ad attendere con una pazienza che non avrei potuto pretendere ancora a lungo.
Ingranai la prima e ripartii. Non sapevo meglio chi fossi, ma avevo compreso che la domanda era stata posta male. Continuavo a cercare una versione di me abbastanza stabile da poter essere riconosciuta una volta per tutte, mentre forse diventare ciò che siamo significa proprio imparare a riconoscerci nel movimento, anche quando la forma precedente non riesce più a contenerci.
Non sempre la vita smette di somigliarci perché abbiamo sbagliato strada. Qualche volta siamo noi a essere cambiati durante il percorso. Accorgercene non indica necessariamente il punto in cui ci siamo perduti; può indicare quello dal quale, finalmente, possiamo continuare senza fingere di essere rimasti identici.
Questo Riflesso d’Inchiostro è lasciato da Valerio Villari e custodito nella Risonanza Crisi del sè, dove incontra altri testi sulle forme che si spezzano quando non riescono più a raccontare chi stiamo diventando.