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Stanza delle Prose

In traduzione

03 Giugno 2026
Custodito nel Baule: Crisi del sè

C’è un momento preciso, di solito al crepuscolo, in cui il riflesso nel vetro della finestra smette di obbedire alla gravità dei miei gesti. Non è un vuoto, attenzione. Il vuoto è pulito, il vuoto ha una sua dignità architettonica. Questo è piuttosto un affollamento.

Apro l’armadio e trovo cappotti che appartengono a stagioni emotive che non ricordo di aver vissuto. Li indosso, e per un istante la stoffa mi riconosce, si adatta alle mie spalle con la familiarità di un vecchio abbraccio, ma la mia pelle no. La mia pelle è diventata un territorio straniero, una mappa i cui confini sono stati ridisegnati nella notte da un cartografo distratto.

Quando al telefono mi chiedono come sto, la parola “io” mi si inceppa in gola come una moneta falsa. Chi è che sta rispondendo, esattamente? L’architetto dei miei progetti di un tempo, o l’inquilino abusivo che ha preso possesso delle macerie? Le risposte che do sono corrette, grammaticalmente ineccepibili, ma suonano come il copione di un film che qualcun altro ha scritto per un attore che mi assomiglia solo vagamente.

Cammino per strade che conosco a memoria, eppure ogni incrocio sembra un set cinematografico smantellato, dove hanno dimenticato di rimontare le facciate. Mi sorprendo a osservare le mie mani mentre afferrano una tazza di caffè: sono le stesse di dieci anni fa, eppure le guardo con la stessa diffidenza con cui si osserva un reperto archeologico di cui si è persa la provenienza.

Non sto cercando di tornare a chi ero. Quella persona non esiste più, o forse non è mai esistita davvero. Forse la verità non è ritrovarsi, ma smettere di cercarsi con la mappa sbagliata. Resto qui, sospeso tra il nome che mi hanno dato all’anagrafe e il silenzio che sto imparando a pronunciare.

Non sono perso.

Sono semplicemente in traduzione.

Valerio Villari

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