Ci sono momenti in cui la mente non cerca la verità, ma una forma di tregua. Raccoglie i fatti, li dispone con cura, ne attenua gli spigoli. Non mente in modo clamoroso: sceglie soltanto una versione abitabile delle cose. È una disciplina silenziosa, quasi domestica, che ci permette di attraversare le giornate senza urtare continuamente contro ciò che non vogliamo vedere.
Anche la scrittura, talvolta, parte da lì. Da una lieve correzione, da un taglio minimo, da una frase che sembra più limpida di quanto sia davvero. Si scrive per chiarire, ma anche per ordinare. E nell’ordine, a volte, qualcosa viene lasciato fuori. Non per cattiva fede, piuttosto per necessità: una verità intera è spesso più difficile da sostenere di una verità ridotta, resa compatta, resa quasi elegante.
Anche quando crediamo di scrivere per chiarire, stiamo già scegliendo cosa lasciare nell’ombra. Molti autori hanno messo in dubbio l’idea stessa di autobiografia come verità. Non perché chi scrive voglia mentire, ma perché ogni racconto di sé è già una scelta, una messa a fuoco, una regia. La memoria non restituisce il passato com’era: lo rielabora, lo sposta, lo rende dicibile solo a partire dal presente. In questo senso, ogni autobiografia porta con sé una forma di difesa, ma anche una deformazione inevitabile. L’identità, in Pirandello come in Borges, non coincide mai del tutto con la figura che crediamo di possedere. Il ricordo non è mai neutro: è un atto che interpreta, corregge, talvolta ferisce; così suggeriscono Proust, Canetti o Bernhard.
Forse per questo ci riconosciamo più facilmente nelle versioni semplificate di noi stessi. Sono quelle che resistono meglio alla luce. Hanno bordi netti, risposte pronte, una coerenza che consola. Ma basta un piccolo scarto, una frase non prevista, e quella superficie comincia a incrinarsi. Allora si capisce che non era solidità, ma tenuta provvisoria.
Eppure non tutto ciò che attenuiamo va letto come resa. A volte è solo il modo con cui restiamo in piedi. La questione, semmai, è non scambiare la tregua per la sostanza. Perché ciò che si mantiene in ordine troppo a lungo, senza attrito e senza domande, finisce per sembrare vero anche quando non lo è più.
Valerio Villari per Voci in Transito – LaParolaNascosta