Riflessi dInchiostro
Amare la propria solitudine
Questa riflessione sulla solitudine prende vita da un frammento d’autore ritrovato, un invito a guardare al silenzio non come a […]
Attraversa la sogliaApertura della Risonanza
Ci sono coppie che imparano negli anni a conoscere ogni dettaglio della vita comune: cosa manca in casa, quale strada conviene prendere, l’ora in cui chiude la farmacia. Paolo ed Elena hanno costruito insieme questa precisione quotidiana, e il sabato mattina basta una lista della spesa perché ogni cosa trovi il proprio posto.
Il sabato mattina Paolo preparava la lista della spesa mentre Elena controllava cosa fosse rimasto in frigorifero. Avevano cominciato a farlo molti anni prima, quando dimenticare il latte significava dover uscire di nuovo nel pomeriggio e nessuno dei due ne aveva voglia; con il tempo avevano perfezionato il sistema.
«Il detersivo c’è?»
Elena aprì lo sportello sotto il lavello e sollevò la bottiglia contro la luce.
«Ancora per una settimana.»
Paolo non scrisse nulla.
«Carta da cucina?»
«Due rotoli.»
«Allora basta.»
Sul foglio c’erano già pomodori, acqua, caffè, sapone per la lavatrice e le crocchette del gatto. Paolo aggiunse le batterie stilo, ricordandosi che il telecomando della camera aveva cominciato a funzionare male, poi lasciò la penna accanto al foglio.
Il tavolo della cucina era largo poco più di un metro. Lo avevano comprato insieme quando si erano trasferiti in quella casa perché Elena voleva un tavolo abbastanza grande da poter invitare qualcuno a cena, ma non tanto da occupare tutta la stanza. Nel negozio ne avevano provati diversi, sedendosi uno di fronte all’altra come se fossero già a casa, e quello era sembrato della misura giusta.
Lo era ancora.
Elena tornò a sedersi e prese la tazza.
«Dobbiamo passare anche in farmacia.»
«Cosa serve?»
«Le pastiglie per mia madre. Le ha quasi finite.»
Paolo riprese la penna e scrisse farmacia in fondo alla lista.
«Chiude all’una?»
«Credo alle dodici e mezza.»
Paolo guardò l’orologio appeso sopra la porta.
«Allora andiamo prima lì.»
Elena annuì. Avevano una certa abilità nel disporre le cose nel giusto ordine: il supermercato dopo la farmacia perché era sulla strada del ritorno, il distributore prima del supermercato perché il sabato pomeriggio si formava la fila, il pane per ultimo perché il forno vicino a casa sfornava le pagnotte nuove verso mezzogiorno. Non serviva discuterne; bastavano poche parole e la mattina trovava la propria forma.
«Hai dormito?»
La domanda arrivò mentre Paolo stava piegando la lista in quattro.
«Sì.»
Elena aspettò qualche secondo.
«Ti sei alzato alle quattro.»
Lui alzò gli occhi.
«Ti ho svegliata?»
«No.»
Paolo infilò il foglio nella tasca dei pantaloni.
«Sono tornato a letto quasi subito.»
Non era vero. Era rimasto in soggiorno fino alle cinque e venti, seduto con la luce spenta, senza fare niente di particolare: non aveva acceso il televisore, non aveva letto, non aveva nemmeno guardato l’ora più di due o tre volte. A un certo punto aveva sentito il frigorifero smettere di ronzare e si era accorto di quanto fosse diversa la casa quando anche quel rumore cessava. Alle cinque e venti era tornato in camera.
Elena non gli chiese altro. Prese la sua tazza, la portò al lavello, sciacquò il fondo e la sistemò capovolta sullo scolapiatti.
«Stasera viene tua sorella?»
«Domani.»
«Pensavo oggi.»
«No, domani. Te l’avevo detto.»
«Hai ragione.»
Paolo prese la propria tazza e gliela porse; Elena la sciacquò insieme alla sua.
Da qualche parte, negli anni, avevano imparato una quantità impressionante di cose l’uno dell’altra. Paolo sapeva che Elena non sopportava trovare le ante della cucina aperte e le chiudeva senza pensarci, sapeva quale marca di yogurt comprava, quanto latte metteva nel caffè e che non bisognava parlarle appena sveglia. Elena riconosceva dal modo in cui Paolo lasciava le chiavi sul mobile dell’ingresso se aveva avuto una giornata pesante, gli comprava le camicie senza chiedergli la misura e, quando preparava il letto, lasciava dalla sua parte il cuscino più basso.
Avrebbero potuto vivere per settimane affidandosi soltanto a ciò che già sapevano. Forse era proprio quello che stavano facendo.
Paolo si alzò e andò a prendere le borse della spesa nel ripostiglio. Quando tornò, Elena stava guardando il tavolo.
«Che c’è?»
Lei sollevò lo sguardo.
«Niente.»
Lui posò le borse su una sedia.
«Sembrava ci fosse qualcosa.»
Elena passò un dito su una piccola macchia vicino al bordo, probabilmente una goccia di caffè seccata.
«Stavo pensando.»
Paolo rimase in piedi. Per un momento avrebbe potuto chiederle a cosa.
Non lo fece.
Prese invece il panno dal lavello, lo bagnò e glielo passò; Elena pulì la macchia con due movimenti circolari.
«Dobbiamo comprare anche questi», disse indicando il panno. «Sono gli ultimi.»
Paolo estrasse la lista dalla tasca, la riaprì, aggiunse panni cucina e la piegò di nuovo.
Uscirono alle dieci e diciassette. Paolo controllò di avere il portafoglio, Elena prese le chiavi della macchina e, prima di chiudere la porta, verificarono che il gatto non fosse sul pianerottolo, una cosa che facevano sempre anche se il gatto non aveva mai provato a uscire.
In farmacia trovarono due persone davanti a loro. Al supermercato Paolo spinse il carrello ed Elena prese dagli scaffali quasi tutto senza consultare la lista; dimenticarono soltanto le batterie, ma se ne accorsero alla cassa e Paolo tornò indietro a prenderle.
A mezzogiorno e ventitré erano di nuovo a casa. Sistemarono la spesa insieme: Elena mise le confezioni nel frigorifero, Paolo portò l’acqua nel ripostiglio, mentre le pastiglie della madre rimasero sul mobile dell’ingresso perché Elena potesse ricordarsi di portargliele nel pomeriggio.
Quando ebbero finito, tornarono in cucina. Paolo si sedette da una parte del tavolo ed Elena dall’altra.
Tra loro non c’era niente, adesso. Le tazze erano state lavate, la lista buttata, le borse ripiegate e rimesse al loro posto; persino la piccola macchia di caffè era scomparsa.
Elena appoggiò entrambe le mani sul tavolo. Paolo le guardò e si accorse che non ricordava l’ultima volta in cui le aveva prese senza che ci fosse una strada da attraversare, qualcuno da salutare o una fotografia da fare.
Avrebbe potuto allungare il braccio.
Il tavolo era largo poco più di un metro.
«A che ora vai da tua madre?»
Elena ritirò le mani.
«Verso le quattro.»
Paolo annuì, poi cominciarono a preparare il pranzo.
La distanza di un metro è stato lasciato da Valerio Villari nella Stanza dei Racconti brevi e custodito nel Baule della Solitudine.
La Risonanza della Solitudine raccoglie le tracce lasciate dalle molte forme dello stare soli, anche quando intorno a noi continuano a esserci voci, gesti e presenze. Da questa soglia è possibile tornare alla Risonanza della Solitudine oppure attraversare gli altri testi custoditi nel Baule della Solitudine.
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