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Stanza dei Racconti brevi

La tazza al lavello

22 Maggio 2026 · Valerio Villari
Custodito nel Baule:

Non era il silenzio a disturbarmi, ma il modo in cui sapeva assomigliare a una risposta.

Da giorni mi dicevo che non c’era più nulla da fare, che certe cose finiscono solo quando smettono di essere nominate. Così avevo smesso di parlarne, avevo piegato dentro di me ogni parola utile, ogni spiegazione, ogni rimorso. Avevo perfino imparato a passare davanti a quella stanza senza guardare la porta. Mi sembrava un segno di forza. In realtà era solo un modo elegante di restare fermo.

La finestra restava socchiusa, sempre nello stesso punto. La corrente faceva tremare appena la tenda, e quel movimento minimo mi dava l’illusione che qualcosa, da qualche parte, stesse ancora accadendo. Ogni mattina mi avvicinavo al davanzale e osservavo la strada con la pazienza di chi aspetta un volto già perduto. Dicevo a me stesso che non aspettavo nessuno. Che stavo soltanto prendendo aria. Che il corpo, a forza di abitare certi gesti, li compie anche senza la complicità della mente.

Fu in una di quelle mattine uguali alle altre che trovai la tazza sul tavolo.

Non l’avevo lasciata lì io, ne ero sicuro. Eppure era nello stesso punto in cui lei la posava sempre, leggermente inclinata verso sinistra, con il manico rivolto all’esterno, come se perfino l’oggetto volesse prepararsi a una partenza. La tazza era vuota, ma sul fondo restava un velo scuro di caffè secco, una traccia minima, ostinata. Mi fermai a guardarla con una specie di imbarazzo, come se qualcuno mi avesse colto a inventare la stessa storia per la centesima volta.

Avrei potuto buttarla via. Lavare il piatto, chiudere la finestra, cambiare posto al tavolo. Invece restai lì, immobile, e cominciai a convincermi che quel gesto non significasse niente. Che le persone lasciano oggetti ovunque. Che la memoria è piena di questi piccoli accidenti. Che la tazza era solo una tazza.

Ma la bugia più resistente è sempre quella che riesce a vestirsi da precisione.

Ricordai allora una frase che lei aveva detto una sera, senza alzare gli occhi dal bicchiere: «Tu non ti manchi, ti costruisci una mancanza». Avevo sorriso, come si sorride a una provocazione ben riuscita, e avevo fatto finta di non capirla. Mi era sembrato più comodo attribuirle una durezza ingiusta, anziché ammettere che avesse visto con esattezza il meccanismo con cui mi tenevo in piedi. Non mi ero mai perdonato quel sorriso. Lo avevo archiviato tra le cose che, in un certo senso, spiegano tutto proprio perché si sceglie di non ascoltarle.

Presi la tazza in mano. Era fredda.

Mi colpì il fatto che continuassi a chiamare assenza ciò che, in fondo, avevo alimentato da solo. Avevo trasformato la distanza in una stanza abitabile, la rinuncia in un’abitudine, il rimorso in una forma di fedeltà. E più mi sforzavo di sembrare lucido, più mi accorgevo che la mia lucidità era soltanto una stanza chiusa bene.

La vera paura non era averla persa.

Era scoprire che, per tutto quel tempo, avevo preferito perderla piuttosto che smettere di mentire a me stesso.

Aprii la finestra del tutto. L’aria entrò senza chiedere permesso, portando con sé l’odore umido del cortile e un rumore lontano di passi. Rimasi ad ascoltare. Non successe nulla di decisivo, nessuna epifania, nessun crollo. Solo la tazza ancora in mano, la luce incerta sul tavolo, e quella sensazione precisa, quasi crudele, che il mondo non si fosse affatto fermato per la mia menzogna.

La posai piano nel lavello.

Poi lasciai che l’acqua coprisse il fondo scuro, lentamente, come si fa con le cose che non si vogliono più vedere ma nemmeno cancellare del tutto.

Valerio Villari

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