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Stanza delle Lettere / Riflessioni

Perché a volte preferiamo che qualcuno scelga al posto nostro

02 Settembre 2026
Custodito nel Baule: Crisi del sè

Difendiamo la libertà di decidere della nostra vita, eppure qualche volta proviamo sollievo quando qualcuno dice semplicemente: facciamo così. Non sempre è indecisione. A volte è il desiderio di affidare per un momento il peso della scelta senza rinunciare a noi stessi.


Passiamo buona parte della vita a cercare di diventare padroni delle nostre scelte. Da bambini aspettiamo il momento in cui nessuno potrà più dirci a che ora rientrare, che cosa indossare, dove andare o come impiegare il nostro tempo. Crescendo, difendiamo con ostinazione la libertà conquistata, ci irritiamo quando qualcuno pretende di decidere per noi e riconosciamo nell’autonomia uno dei segni più evidenti dell’età adulta. Eppure accade che, davanti a una domanda perfettamente innocua, ci sorprenda un desiderio quasi opposto: non dover scegliere affatto.

Può accadere la sera, quando qualcuno domanda che cosa vogliamo mangiare e l’idea di esaminare ancora una volta possibilità, preferenze e conseguenze ci appare inspiegabilmente faticosa. Può accadere davanti a un viaggio, a un acquisto, a un appuntamento o persino a un film da guardare. Non siamo privi di opinioni e non abbiamo improvvisamente rinunciato alla nostra libertà. Vorremmo soltanto che, almeno per quella volta, qualcuno dicesse: facciamo così.

In quelle parole non cerchiamo necessariamente un ordine. Cerchiamo una tregua.

Il peso delle piccole decisioni

Ogni giorno ci viene chiesto di scegliere molto più di quanto siamo abituati a riconoscere. Non soltanto nelle grandi svolte, quelle alle quali attribuiamo il potere di cambiare una vita, ma nella successione quasi invisibile delle decisioni minori. Alcune finiscono per diventare gesti automatici, simili a quelle abitudini che sopravvivono anche quando hanno perduto la loro ragione. Rispondere adesso o più tardi, accettare o rifiutare, conservare o eliminare, uscire o restare, interrompere ciò che stiamo facendo oppure portarlo a termine. Anche quando le alternative sono irrilevanti, dobbiamo valutarle, e ciascuna sembra domandarci una piccola assunzione di responsabilità.

La libertà, raccontata da lontano, somiglia a un grande spazio aperto. Quando la attraversiamo davvero, però, scopriamo che quello spazio non contiene soltanto possibilità. Contiene anche deviazioni, rinunce e conseguenze. Ogni scelta rende reale una strada e ne allontana molte altre, comprese quelle che non avremmo mai percorso. Forse è per questo che talvolta ci affatichiamo anche davanti a decisioni modeste: non perché siano davvero importanti, ma perché riproducono in miniatura il meccanismo di tutte le scelte. Dire sì a qualcosa significa sempre dire no a qualcos’altro.

Ci sono giorni nei quali questo peso rimane quasi impercettibile. Decidiamo con naturalezza, senza tornare sui nostri passi e senza domandarci che cosa sarebbe accaduto scegliendo diversamente. In altri giorni, invece, persino stabilire un orario diventa un’incombenza. Non è cambiata la difficoltà della domanda. Siamo cambiati noi nel momento in cui la riceviamo. Arriviamo a quella scelta dopo averne già compiute molte, dopo aver risolto problemi che nessuno ha visto, trattenuto risposte, modificato programmi, previsto bisogni e sostenuto responsabilità che spesso non portano neppure il nome di decisioni.

Da fuori, il nostro «scegli tu» può sembrare disinteresse. Qualche volta viene accolto quasi come una mancanza di partecipazione: possibile che non abbiamo una preferenza? In realtà potremmo averne troppe, oppure non avere più lo spazio necessario per ascoltarle. Affidare a un’altra persona una decisione diventa allora un modo per appoggiare, soltanto per qualche istante, il peso che abbiamo continuato a portare.

Quando chiediamo un’autorizzazione

Naturalmente non tutte le deleghe sono uguali. Esiste una rinuncia alla scelta che nasce dalla paura, dall’abitudine a dipendere o dal timore di essere giudicati per ciò che desideriamo. Ci sono persone alle quali è stato insegnato così a lungo a dubitare di sé che finiscono per cercare negli altri non un aiuto, ma un’autorizzazione. Non chiedono semplicemente quale strada prendere: chiedono, senza dirlo, se abbiano il diritto di volere qualcosa.

Ma esiste anche una forma diversa di affidamento, più serena e forse persino più intima. Accade quando lasciamo scegliere qualcuno perché sappiamo che terrà conto di noi. In quel caso non stiamo consegnando la nostra volontà a un estraneo, né abbandonando una parte della nostra autonomia. Stiamo riconoscendo che, dentro una relazione, non tutto deve essere negoziato da capo. Possiamo permettere all’altro di guidarci per un tratto perché confidiamo che non userà quella libertà contro di noi.

Essere conosciuti abbastanza

Essere conosciuti significa anche questo: poter smettere, ogni tanto, di spiegare ciò che preferiamo. Qualcuno ricorda che non amiamo i luoghi rumorosi, che abbiamo bisogno di tempo, che certe situazioni ci stancano o che dietro un’apparente esitazione si nasconde già una risposta. La sua scelta non ci sostituisce, ma ci comprende. È forse questa la ragione per cui il sollievo non nasce soltanto dal fatto che una decisione sia stata presa. Nasce dal sentire che, mentre la prendeva, qualcuno ci aveva presenti.

Non ci affidiamo, infatti, con la stessa leggerezza a chiunque. Quando non ci fidiamo, lasciare decidere a un altro può farci sentire esclusi o dominati. Quando invece ci sentiamo custoditi, la medesima rinuncia momentanea diventa riposo. La differenza non sta nella decisione, ma nella relazione che la contiene.

Una libertà meno solitaria

Forse abbiamo finito per immaginare l’autonomia in modo troppo solitario. Come se essere adulti significasse non dipendere mai, non domandare mai, non lasciare a nessuno il compito di orientare un nostro passo. Eppure una libertà che deve continuamente dimostrare di non aver bisogno degli altri rischia di trasformarsi in un’altra forma di obbligo. Non scegliamo più perché lo desideriamo, ma perché crediamo di dover essere sempre capaci di farlo.

Ciò che ci rende liberi non è prendere personalmente ogni decisione. È poter riconoscere quali scelte ci appartengono e quali, invece, possiamo affidare senza perderci. Alcune richiedono la nostra voce intera e nessuno dovrebbe pronunciarle al nostro posto. Altre possono essere lasciate andare, perché non definiscono chi siamo oppure perché esiste qualcuno disposto a sostenerne per un momento il peso.

Dire «scegli tu», allora, non è necessariamente il contrario della libertà. Può esserne una manifestazione discreta: la libertà di non dover controllare tutto, di non trasformare ogni alternativa in una prova della nostra indipendenza, di accettare che anche l’autonomia abbia bisogno di riposo.

E forse, quando desideriamo che qualcuno scelga al posto nostro, non stiamo chiedendo davvero di essere liberati dalla decisione. Stiamo chiedendo qualcosa di più difficile da nominare: poterci affidare senza scomparire, essere sollevati senza essere esclusi, sentire che per una volta qualcuno conosce abbastanza bene il nostro passo da indicarci una strada nella quale possiamo ancora riconoscerci.


Questa riflessione è stata lasciata nella Stanza delle Lettere / Riflessioni e custodita nel Baule Crisi del sè, dove identità, libertà e immagini di noi stessi vengono osservate nei momenti in cui smettono di coincidere perfettamente.

La stessa Risonanza attraversa Dove finiscono i contorni, dove l’identità cambia mentre proviamo ancora a definirla, e Fare spazio al resto, dove la fedeltà all’immagine costruita di noi può diventare una forma di immobilità.

Nel Baule Crisi del sè, ogni testo osserva una diversa distanza tra ciò che crediamo di dover essere e ciò che possiamo concederci di diventare, anche quando quella distanza si apre nel gesto apparentemente semplice di lasciare che qualcuno scelga per noi.

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