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Voci dalla Rete

Quando ci raccontiamo per restare in piedi

20 Maggio 2026 · Valerio Villari
Custodito nel Baule:
Soglia visiva per Quando ci raccontiamo per restare in piedi, costruita per accompagnare il racconto in Casa Creativa

C’è una forma di autoinganno che non ha nulla di spettacolare. Non assomiglia a una menzogna detta ad alta voce, né a un gesto di difesa evidente. È più sottile: consiste nel dare un nome accettabile a ciò che ci disturba, nel trasformare una frizione in una spiegazione, una mancanza in un equilibrio provvisorio. In questo senso, l’autoinganno non è soltanto un errore della mente, ma una sua strategia di tenuta.

L’articolo di State of Mind mette bene a fuoco questo punto: ci raccontiamo qualcosa non sempre per ignoranza, ma per difenderci da una verità che, in quel momento, non riusciamo a sostenere. È un passaggio importante, perché sposta il discorso dal semplice “non vedere” al più complesso “non poter vedere ancora”. L’autoinganno, allora, non è sempre una colpa; a volte è una soglia.

Ma proprio qui si apre la questione più interessante. Se ogni semplificazione può essere letta come una forma di sopravvivenza, esiste anche il rischio opposto: abituarsi troppo bene alla versione attenuata delle cose, fino a non distinguere più tra protezione e rimozione. È lì che il racconto che facciamo di noi stessi smette di essere provvisorio e comincia a somigliare a una versione ufficiale.

Forse il punto non è smascherare ogni illusione, ma riconoscere quando una spiegazione ci sta aiutando e quando, invece, ci sta soltanto rendendo più comodo il paesaggio. Perché l’autoinganno non sempre mente in modo brutale: spesso addolcisce. E proprio per questo è più difficile da vedere.

Fonte: 
State of Mind – “Autoinganno: l’arte di raccontarsela”

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